Mercoledì 12 Dicembre 2018

Processo Cagnoni. Carla Baroncelli e le donne: dalla parte di Giulia, è femminicidio, senza ombre

Venerdì 13 Aprile 2018
Giulia Ballestri vittima di femminicidio

“Ombre di un processo”: il racconto di genere di Carla Baroncelli sul processo a Matteo Cagnoni per la morte di Giulia Ballestri, un'esperienza collettiva e femminista

Da sei mesi ormai, nell’aula della Corte d’Assise di Ravenna, ogni venerdì, si svolge il processo a Matteo Cagnoni accusato del femminicidio della moglie Giulia Ballestri. Un processo dal forte impatto mediatico. Nella folta schiera dei cronisti, c’è anche lei, Carla Baroncelli scrittrice, giornalista (è stata per 23 anni alla redazione del TG2), da qualche anno in pensione. Carla, finora, non ha mai tralasciato un’udienza. 

 

Dopo ore trascorse in aula passate ad ascoltare e a scrivere appunti fitti in un taccuino, torna a casa e si mette al computer per redigere quelli che lei definisce “report di genere”. Le sue infatti non sono cronache processuali nel senso stretto del termine. A Carla non interessa inseguire il come, il dove, il quando: questo, dice, l’ha già fatto quando lavorava al TG2 dove si è occupata, per 15 anni, soprattutto di cronaca nera e giudiziaria.

A lei preme soprattutto capire, sviscerare quel perché che, nel lavoro quotidiano di un cronista, spesso per esigenze di spazi e tempo, rimane in ombra. I suoi scritti sono riflessioni a tutto campo sulla violenza contro le donne, affrontano il tema delle leggi, degli orfani dei femminicidi, dell’educazione di genere.

“Nella speranza – scrive – che ci possano essere un giorno relazioni pacifiche e paritarie fra i sessi. Un obiettivo pretenzioso? Forse. Ma perché non insistere”.

Fatto sta che il suo “Ombre di un processo” pubblicato sul sito dell’Udi di Ravenna, oltre che sulla pagina Facebook della Casa delle Donne e sul profilo stesso di Carla, è diventato ormai un appuntamento settimanale molto seguito, soprattutto dalle donne. Qualche giorno fa le chiedo se vuole incontrarmi e parlare di questo lavoro che sta facendo e che l’appassiona. Lei accetta subito e chiede che ci siano anche le donne dell’Udi e Barbara Domenichini, coordinatrice della Casa delle Donne. L’appuntamento con Carla e le altre è proprio qui, nella sede della Casa in via Maggiore, in un pomeriggio uggioso. Ci sediamo attorno al tavolo della biblioteca.

L’intervista, o meglio la chiacchierata a più voci, inizia. Allora, partiamo da come tutto è cominciato.

 

CARLA E LE OMBRE DEL PROCESSO

“Prima del processo - racconta Carla Baroncelli - abbiamo fatto alla Casa un incontro con le giornaliste. A me era stato chiesto dalla Casa della Donne e dall’Udi di essere presente a questo processo, di seguirlo scrivendo qualcosa. Nel corso di quell’incontro ci siamo confrontate, ci siamo soffermate sul tema del linguaggio, sull’esigenza di porre una maggiore attenzione alle parole. Poi mi sono chiesta: ci sono già loro che faranno la cronaca del processo e io cosa ci sto a fare? Mi è venuta allora l’idea di seguire le udienze attraverso una lettura diversa da quella che state facendo voi giornaliste, tenendo conto delle argomentazioni che sono sotto, nell’ombra e da qui il titolo ‘Ombre di un processo’. Durante le udienze processuali si ascoltano i testimoni, si acquisiscono prove, perizie. Io volevo occuparmi di una parte completamente diversa, volevo avviare un ragionamento sui temi che sono appunto sotto e, come dicevo prima, spesso rimangono nell’ombra”.

E poi c’è l’Udi che, per la prima volta a Ravenna, è parte civile in un processo di femminicidio.

“Abbiamo pensato, valutato - spiega Renza Bartolotti dell’Associazione - che non ci bastava esprimere solo indignazione e rabbia dall’esterno, guardando da fuori il processo, ma che avevamo la necessità di entrarvi dentro, per capire meglio sia le ragioni profonde della violenza contro le donne, sia le ragioni per cui nei processi di femminicidio spesso si innescano dei meccanismi particolari. Tant’è che nel novembre dell’anno scorso abbiamo anche fatto un convegno, nell’ambito del progetto ‘Una società per relazioni’ in collaborazione con la Casa e le Donne in nero. Un convegno tutto incentrato su come si affrontano i processi, su uno sguardo femminista sul processo, dentro il processo. Questo forse ci ha spinto ancora di più a ragionare sulla costituzione di parte civile della nostra associazione. Sempre da qui nasce anche la richiesta rivolta a Carla, di fatto una richiesta collegiale perché seguisse il processo in un’ottica di genere. Adesso non è tempo, è prematuro, ma alla fine del processo è nostra intenzione riguardare sia il lavoro che è stato fatto da Carla, sia quello che è accaduto nel processo, e sulla base di questo avviare un nuovo ragionamento su come andare avanti rispetto a questi temi: la violenza sulle donne e come la giustizia affronta questa tematica”.

Carla, nella prima puntata di “Ombre di un processo”, scrivi che vuoi dedicarti alla ricerca del perché le cose accadono “cercando di restituire un senso alle parole”. Le parole sono uno degli elementi significativi di questo processo. C’è una parola in particolare, femminicidio che sembra essere finalmente entrata nel linguaggio comune.

 

LE PAROLE SONO IMPORTANTI: PARLIAMO DI FEMMINICIDIO

“Sì, l’importanza delle parole: le parole dette, quasi sottodette, pronunciate un po’ a bocca stretta. Parole dalle quali prendo spunto per seguire il filo dei miei ragionamenti. - racconta Carla - È accaduto ad esempio, quando nel corso della sua testimonianza, Matteo Cagnoni racconta che alla figlia che gli chiedeva perché la mamma non era con loro, lui ne motiva l’assenza con il fatto che Giulia ‘aveva le sue cose’. Probabilmente è un’associazione che mi è venuta perché quando facevamo l’autocoscienza nei gruppi femministi noi donne ci lamentavamo del fatto che gli uomini non avevano il coraggio di pronunciare il termine mestruazioni e che si sono sempre trovate delle parole per allontanare la realtà delle cose: le mestruazioni non come un naturale ciclo della fase riproduttiva della donna, ma come un momento di debolezza e fragilità. Ecco, una parola sottaciuta, che i giornali non hanno considerato, ma che per me è importante per il filo del mio ragionamento."

"Penso di avere usato per prima la parola femminicidio, quando lavoravo ancora al Tg2, quando mi occupai di stalking. Poi ho scoperto che è molto facile trovare il coraggio di usare queste parole, basta scriverle, basta pronunciarle. Poi se qualcuno queste parole te le vuole cancellare, ne parliamo. La volta dopo ci riprovi perché il linguaggio è molto importante. Parliamo di femminicidio, perché quella donna è stata uccisa in quanto donna, non è un uxoricidio, non è un omicidio, ma è un femminicidio”.

Un amico mi faceva notare che uno degli elementi che l’hanno maggiormente colpito di questo processo è che dalla vicenda emerge il ritratto di una certa borghesia: parliamo di famiglie benestanti, stimate e rispettate, ricche di relazioni sociali di un certo livello. Famiglie in un certo senso potenti. Ecco un’altra parola di questo processo: potere.

“Stiamo attenti - dice Carla - il motivo che guida il femminicidio è sempre quello: il potere di vita e di morte su quella donna. Ad esempio, prendiamo la scelta dell’arma che viene utilizzata per uccidere. Quelle usate per Giulia non sono armi da ricchi. Il suo assassino l’ha colpita prima con un bastone e poi ha sbattuto violentemente la sua faccia contro lo spigolo di un muro. L’oggetto in sé, in un femminicidio, non è l’arma usata per uccidere. L’arma in questo caso è l’odio: l’importante è togliere di mezzo quella donna, non sei più mia, non devi vivere, non ne hai più il diritto”.

“Non possiamo negare – sottolinea Barbara Domenichini – che il fatto che si tratti proprio di quelle due famiglie per la città abbia un significato, che sia fattore da non sottovalutare. E questo introduce un elemento di ulteriore delicatezza e anche di difficoltà nello scrivere di questo processo: ne siamo perfettamente consapevoli. Questa esperienza che abbiamo deciso di fare è una sfida veramente alta, perché questo processo ha tutta una serie di risvolti, implicazioni che sono veramente fondanti, perché i temi del potere e della famiglia sono al centro di questo processo e sono esattamente gli elementi al centro della vicenda femminicidio, indipendentemente dal fatto che questo sia avvenuto in una famiglia povera o in una famiglia ricca. È vero che, per la nostra città, una città di provincia, tutte le implicazioni che queste famiglie avevano con i poteri forti di questa città e non solo, hanno un peso, lo hanno anche e soprattutto a livello di risonanza mediatica. La situazione non ci deve però sfuggire di mano: il tema che vogliamo affrontare non è la famiglia ricca, ma il femminicidio. E noi siamo costantemente richiamate a porre l’attenzione su questo aspetto”.

 

 

AL CENTRO C'È UN'IDEA: IL POTERE DELL'UOMO SULLA DONNA 

“Questo - spiega Maria Adelaide Castellucci dell’Udi - pone a noi una doppia responsabilità: il lavoro che sta facendo Carla con ‘Ombre di un processo’ è ormai diventato nostro, vogliamo continuare su questa strada anche dopo con tutti coloro che ci staranno, che si renderanno disponibili. Questo lavoro ci consente, per la prima volta a Ravenna, di mettere concretamente al centro la lettura femminista e dare sostanza a questa parola, femminicidio che, è vero, è stata sdoganata ma dopo anni e anni e non per tutti. Quella tragedia poteva avvenire in qualsiasi famiglia: perché al centro c’è il potere dell’uomo sulla donna perché quella donna ha osato non amarlo più, ha osato infrangere la sua immagine pubblica e questo avviene in qualsiasi contesto familiare”.

Carla, “Ombre di un processo” viene pubblicato sulla pagina Facebook della Casa delle Donne, sul sito dell’Udi, sul tuo profilo di Facebook ed ha decine e decine di condivisioni e tantissimi commenti. Non temi che il senso che stai cercando di ridare con fatica alle parole si smarrisca di nuovo nelle affollate piazze virtuali?

“A me interessa molto anche la percezione del pubblico - dice Carla - quindi anche delle persone che leggono le cose che scrivo, perché la percezione è importante, al di là di tutto. Io mi picco di prendere le parole che le persone stesse usano nella loro quotidianità, anche quelle giustizialiste, per cercare di spostare un pochino la percezione della realtà fornendo una lettura diversa. Per esempio, quell’ultima cosa che ho scritto a proposito della pietas e del giustizialismo: l’ho tratta dai commenti del pubblico e non è che il significato delle parole si perda. Anche quei commenti dai quali prendo spunto, mi servono per mettere un semino all’interno di quello che è un ragionamento di pancia, per fare capire che si deve andare oltre alla pietas e oltre al giustizialismo. Perché le persone si dividono, grossomodo, nei loro commenti, fra pietà per le vittime di questa vicenda, la donna uccisa, gli orfani e il giustizialismo nei confronti del presunto colpevole. Quella per i bambini, però è una pietà sterile, secondo me, una pietà che è ferma nel dire: poverino. Prendere in braccio, idealmente, tutti gli orfani di femminicidio, scrivendo su questo argomento per farlo emergere: ecco questa è una pietas diversa”.

Il pubblico che segue il processo è soprattutto femminile. E anche i commenti e i like alle riflessioni che pubblichi settimanalmente sul tuo profilo di Facebook sono anch’essi prevalentemente di donne.

“Certo, perché c’è una verità di fondo: comunque sia le donne parlano fra di loro, si confrontano. Me ne accorgo dalle donne che incontro e mi dicono: ah, guarda, sai che la cosa che hai scritto tu l’ho fatta leggere alla mia amica? Prima sosteneva poverino lui perché lei lo ha tradito e adesso la pensa in un modo diverso. Io, come dicevo, spargo dei semini”.

 

 

CAPIRE COSA È ACCADUTO A GIULIA, EMPATIZZARE CON LEI

Interviene Barbara: “Io vorrei dire qualcosa rispetto a questo. Uno psicologo-terapeuta ha affermato che la gente segue così numerosa il processo perché ha identificato in Matteo Cagnoni l’uomo del male e questa cosa è catartica. A me viene però da dire anche un’altra cosa: il fatto che il pubblico sia a così stragrande maggioranza femminile dimostra il bisogno delle donne di comprendere cosa sia successo a Giulia e di empatizzare con lei. Certo, può significare anche il bisogno tenere lontano delle paure, perché comunque lo sappiamo che tutte noi siamo esposte alla violenza. Poi scatta un meccanismo di identificazione. Un meccanismo fortissimo, che si percepisce seguendo il processo fra il pubblico, le donne che affollano l’aula di Corte d’Assise. Le testimonianze che parlano di Giulia vengono seguite con molta emozione. Come c’è moltissima indignazione soprattutto in occasione delle testimonianze dell’ultima udienza, dove si parla di tutto tranne che di lei, testimonianze in cui non si mostra nessun sentimento di pietas. Questo crea un sentimento di indignazione molto forte, perché c’è un forte elemento di riconoscimento”.

Mi riallaccio a quello che ha detto Barbara. Carla tu hai scritto: “Siamo tutte Giulia”. Giulia è una presenza inevitabilmente molto forte in questo processo, però il sentimento di dolore e di pietà nei suoi confronti, appare spesso nascosto, compare solo a sprazzi. Senza contare che pur vivendo nell’anno di grazia 2018 non si è ancora trovato un modo per difendere un imputato di un reato così grave senza gettare discredito sulla vittima, metterla in una luce negativa.

“Per forza. Il codice penale come il codice di procedura penale, non è stato scritto dalle donne partendo dalle donne. È stato scritto dai maschi partendo dai maschi. Siamo in una società patriarcale. Il patriarca può essere il Partito, la Chiesa, la Giustizia. Mi piace molto la forza della PM, la dottoressa D’Aniello, perché è una donna che usa degli strumenti maschili e che allo stesso tempo conduce gli interrogatori con un linguaggio molto femminile. Lei ricorda molto Giulia, si scandalizza di come non ci sia stata preoccupazione, vicinanza, non sia stato espresso qualcosa di umano. Ecco, è anche questo il lavoro da fare, come in tutti gli altri aspetti in cui si mostra l’espressione patriarcale. Un tribunale ricerca una verità processuale utilizzando i metodi stabiliti dalle procedure. E le procedure non tengono conto della specificità della donna, del discorso di genere. C’è da lavorare. Io ho fatto questa parte, il lavoro procederà su altri fronti”.

In una delle puntate più efficaci e suggestive di “Ombre di un processo” viene scattata una fotografia della famiglia Cagnoni. Una foto senza donne.

Carla Baroncelli sorride: “Devo ringraziare Tonino Guerra che mi ha dato una visione cinematografica delle cose. Sì, una foto senza donne perché un po’ sono in camera, perché hanno un Alzheimer incipiente, una l’abbiamo uccisa, l’altra è una bambina e quindi la facciamo stare zitta”.

 

NON È SUFFICIENTE NASCERE DONNE, BISOGNA DIVENTARLO

“È emblematica - aggiunge Barbara - questa assenza delle donne. Cosa ci dice questa assenza? Ci dice che il patriarcato non è agito solamente dagli uomini, ma anche dalle donne. Ed è questa la difficoltà del femminismo. Perché tante donne hanno introiettato un modello di potere fondato sul patriarcato, un modello che è la copia del patriarcato. Non è sufficiente nascere donne, abbiamo decine di esempi e ce lo ha spiegato un po’ di anni fa anche Simone De Beauvoir. E questo significa che il lavoro che cerchiamo di fare è arduo, perché siamo di fronte alla necessità di un forte cambio culturale”.

“Questa cosa che diceva Barbara - aggiunge Carla - è la definizione di patriarcato. Il patriarcato è un modo di concepire le relazioni, la famiglia. È ancora così e lo sarà fino a che nel mondo gli uomini continueranno ad avere il potere. Le donne sono entrate con tutti e due i piedi all’interno di questo meccanismo. Le donne danno come acquisito il fatto che devono occuparsi dei figli, della famiglia, degli anziani. Se poi gli aggiungi anche il senso di colpa instillato nella donna che non ce la fa a fare tutto, che non riesce ad occuparsi dei bambini, della famiglia e degli anziani, perché è come sia stato stabilito che lei deve occuparsi di tutto, lasciando indietro se stessa”.

Terminiamo con una domanda personale. Carla, cosa significa per te seguire questo processo?

“Rispetto al lavoro giornalistico che facevo prima, questo andare alla ricerca del perché delle cose mi fa sentire una donna, una giornalista liberata. - risponde Carla Baroncelli - Non sono più soggetta a padroni. Sono molto grata a questa occasione, perché è un’occasione per fare una lettura nuova, ragionata e protratta nel tempo. Per me è una soddisfazione, anche se si tratta di un lavoro massacrante e faticoso”.

Non è semplice per chi lavora all’interno di un giornale trovare un equilibrio fra le cosiddette esigenze redazionali e il desiderio di raccontare le cose in modo diverso. “Prima quando lavoravo al TG2, ho sempre contato sulla mia faccia tosta: ho sempre aspettato che fossero loro, il caposervizio o il caporedattore a dire qualcosa. Mi sono presa degli improperi, certe lavate di testa. Ma io non ho mai smesso. Non ho mai smesso di scrivere la parola femminicidio, se a loro scappava e non correggevano, beh, peggio per loro. Secondo me è anche un problema di autocensura che si fanno le giornaliste, perché siamo abituate a fare così. Invece per me, come donna che scrive, la disubbidienza mi piace molto, ci sto. Non ti piace? Io lo scrivo lo stesso. Non mi fai più lavorare? Beh, è lo stesso tanto - chiosa ridendo - sono in pensione, mica mi puoi licenziare”.

 

A cura di Roberta Emiliani

 

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