Forlì. Alla Fondazione Dino Zoli la mostra “Profili cuciti di santità” di Lucia Bubilda Nanni

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Alla Fondazione Dino Zoli di Forlì si stringe ulteriormente il legame tra arte e tessuto con la mostra personale di Lucia Bubilda Nanni, “Profili cuciti di santità” (a cura di Nadia Stefanel), realizzata in partnership con la Dino Zoli Textile, l’azienda madre del Gruppo Dino Zoli. La personale sarà visitabile fino al 19 aprile 2020, da martedì a giovedì ore 9.30-12.30, da venerdì a domenica ore 9.30-12.30 e 16.30-19.30, chiuso lunedì e festivi. Ingresso libero.

Inserita nel programma “Who’s Next”, ideato nel 2018 per sostenere e promuovere la creatività emergente, l’esposizione sarà inaugurata sabato 22 febbraio 2020, alle ore 18.00. Oltre all’artista, saranno presenti Nadia Stefanel (direttrice della Fondazione Dino Zoli e curatrice), Monica Zoli (socia della Dino Zoli Textile) e Dino Zoli (patron del Gruppo Dino Zoli).

Ravennate classe 1976, Lucia Bubilda Nanni “disegna” con la macchina da cucire, attraverso un gesto controllato che le consente di trasferire all’ago ciò che vedono gli occhi, rendendo razionali le emozioni.

“Facendo uso di grandi teleri, leggeri come panni stesi al vento o intelati e tesi come telai da ricamo pronti a ricevere nuovamente l’ago – spiega la curatrice – Lucia Bubilda Nanni racconta la vita di tre Sante, facenti parte di una ricognizione più ampia dedicata al dualismo isteria/misticismo. Le chiama “Annotazioni” in riferimento agli esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, ne fa dei confronti tra corpi assenti e corpi presenti: figure che hanno posato per lei realmente e che evocano fisici assenti; un dialogo tra fisionomie di persone del nostro tempo prese ad esempio e biografie di donne dal passato. Ne nascono tre storie, tre modelli di riferimento della spiritualità e della mistica cristiana che possono avere, in bibliografia, una duplice lettura, anche collegata alla realtà contemporanea. Tre percorsi generati dalle mani di Lucia che guidano la macchina da cucire, strumento d’acciaio, pesante e violento, eminentemente razionale, che governa le sue emozioni, le guida e le controlla”.

“Ho scelto intuitivamente tutte le fisionomie – spiega l’artista – con attenzione alle cose più prossime, vicine a me: ho trovato coincidenze inaspettate e storie complici. Un’illusione, un gioco, un rompicapo che ho cercato di condurre in modo rigoroso; intrecciando letture e interpretazioni, interrogando la storia e le Sante in un colloquio privato, ma saltando di gioia ogni qualvolta, tra i vivi, ne ritrovassi traccia e forme”.

La mostra presenta una ventina di opere di grandi dimensioni dedicate alle vite di Maria Egiziaca, Teresa d’Avila e Rosa da Lima. Per il primo lavoro dell’artista incentrato sul corpo umano è stato ideato un percorso immersivo, all’interno del quale prenderanno vita storie del presente e del passato. Il visitatore si troverà faccia a faccia con grandi tele verticali e garze sospese, tutte fruibili da diversi lati. Se il fronte è caratterizzato da linee di filo cucito che tracimano dalla figura, il retro – anch’esso interessante – nasconde un groviglio inestricabile di segni e colori. Un allestimento non tradizionale che si concluderà con i lavori dedicati a Teresa d’Avila, in un gioco di luci e di ombre.

La leggenda di Maria Egiziaca (Alessandria d’Egitto, 344-421 circa) vuole che la mistica avesse peregrinato per oltre trent’anni nel deserto, avvolta solo dai suoi lunghi capelli. Fuggì dalla propria casa all’età di dodici anni abbandonandosi ad una vita dissoluta, poi divenne monaca ed eremita, venerata come Santa dalla Chiesa cattolica, ortodossa e copta. Teresa d’Avila (Ávila, 1515 – Alba de Tormes, 1582) entrò in convento a vent’anni, dopo essere fuggita di casa e dopo un travagliato percorso interiore che la condusse a quella che definì in seguito la sua “conversione”. Divenne una delle figure più importanti della Riforma cattolica grazie alla sua attività di scrittrice e fondatrice delle monache e dei frati Carmelitani Scalzi; fu anche nominata, come prima donna, Dottore della Chiesa. Rosa da Lima (Lima, 1586-1617), religiosa del terz’ordine domenicano, rigettò le abitudini della ricca famiglia di origine, condividendo per tutta la vita la sofferenza dei fratelli indios, emarginati e vilipesi soltanto a motivo della loro diversità di razza e di condizione sociale.

“La Dino Zoli Textile – spiega Monica Zoli – conduce dal 1972 una ricerca puntuale sul tessuto d’arredamento, ricerca guidata con intuito e creatività da Marco Zoli. La passione e la curiosità che ci accompagnano nel nostro lavoro ci spingono ad approfondire l’uso di questo materiale anche in altri settori, in primis quello artistico, che sentiamo molto vicino grazie alla Fondazione Dino Zoli, collettore della attività culturali del Gruppo Dino Zoli. È dunque un piacere essere partner della mostra di Lucia Bubilda Nanni, inserita nel programma “Who’s Next”, che ci auguriamo possa dare visibilità oggi ai maestri di domani”.

Nell’ambito di “Who’s Next”, sono state allestite la personale di Silvia Bigi (“L’albero del latte”, 2018), la collettiva “È Qui” (2019), realizzata in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Bologna e alcune cooperative sociali, e la mostra di Elena Hamerski (“Duplex Natura”, 2019), nata da una residenza d’artista assegnata dalla Dino Zoli Textile nell’ambito di Arteam Cup 2018.

Nel corso dell’esposizione Lucia Bubilda Nanni terrà il laboratorio didattico “Scudo d’amore. Breve indagine sul cuore”, aperto alle classi della scuola primaria inferiore e superiore. Ovatta, tela, ago e filo per realizzare assieme ai ragazzi un ex-voto, un amuleto, uno scudo.

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