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Gianluca Dradi: al tempo del coronavirus il digital divide pesa, non è online il futuro della scuola

"Io credo che le valutazioni questa volta dovranno essere più legate alle competenze cosiddette di cittadinanza - la partecipazione, la consapevolezza, la reazione appropriata, il lavoro svolto - più che basate sul rigore nozionistico." Promuovere tutti quest'anno? "È un messaggio sbagliato. Così come sarebbe sbagliato dire: non teniamo conto dell'eccezionalità del momento. Io credo che dobbiamo trovare una misura di buon senso."

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La data del 3 aprile è ancora lì, fissata sul calendario. Ma non ci sarà nessuna ripresa delle lezioni per quel giorno, ormai è chiaro. Ciò che non è chiaro, invece, è per quanto tempo ancora durerà la quarantena di asili, scuole e università. E a voler essere più sinceri: nessuno sa quanto durerà la quarantena dell’Italia e di tutti noi. Certo, stiamo attraversando una fase storica eccezionale e drammatica, che lascerà segni profondi nella società, nell’economia, nelle persone. Un’esperienza che ci cambierà. Non si sa se in meglio o in peggio. È ancora presto per dirlo, perché la pandemia potrebbe riservare ancora brutte sorprese e la tenuta psicologica delle comunità potrebbe essere sottoposta a fortissime tensioni, sempre più difficili da reggere e governare. Intanto, a scuola si sperimenta obtorto collo una specie di rivoluzione, quella delle lezioni online. Che però, attenzione, non è il futuro. Ce lo ricorda Gianluca Dradi, Preside del Liceo Scientifico di Ravenna, che ci dice una verità semplice quanto fondamentale: nell’esperienza educativa il rapporto umano fra docente e discente è imprescindibile e non può essere mediato in toto da una macchina.

L’INTERVISTA

Preside Dradi, per prima cosa ci dice qual è la sua opinione su questa pandemia, su quello che ci sta capitando?

“La pandemia mette a dura prova la società contemporanea globalizzata, la nostra abitudine a spostarci in tutto il mondo, ma soprattutto mette in crisi la nostra socialità, connaturata all’essere umano. Siamo biologicamente essere comunitari e in questi momenti invece siamo costretti a vivere agli arresti domiciliari forzati, all’isolamento, a non scambiarci nemmeno le strette di mano. Il prolungarsi di questa situazione a tempi che non si capisce quanto lunghi, e che oggi immaginiamo abbastanza lunghi, si fa sentire sulla nostra tenuta psicologica.”

Tutto questo può cambiarci e come? Molti sostengono che ci cambierà in meglio. Personalmente non ne sono così convinto.

“Io auspico che questa cosa ci cambi in meglio. La terza legge della dinamica, o principio di azione e reazione, stabilisce che a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Quindi a questo forzato isolamento penso e spero corrisponderà una voglia nuova di unità, di senso di comunità, di solidarietà, perché se ne sente davvero il bisogno. Ma non è detto che vada così.”

Quando tutto sarà finito, non sappiamo quando, ovviamente bisognerà ripartire e ricostruire. E la gente vorrà essere ripagata e risarcita di tutti questi sacrifici cui è stata costretta. Questo è un punto molto delicato. Riusciranno i nostri governanti a fare le cose per bene, con intelligenza e senso della giustizia?

“Molto delicato e molto difficile. Perché obiettivamente qui c’è un danno economico pazzesco e le risorse sono limitate. Quando cominci ad avere aziende che chiudono e gente che perde il lavoro vuol dire anche minori entrate per lo Stato e minore risorse da mettere sul piatto per far ripartire il paese, per aiutare le aziende, per la cassa integrazione dei lavoratori, per le pensioni, per gli stipendi. È un problema serio. Per affrontare questa cosa il nostro debito pubblico è destinato a crescere in modo sensibile. E l’Unione Europea dovrà cambiare regole e parametri se no ci sono Stati che saltano e l’Italia è fra questi.”

Come pensa si stia muovendo il Governo italiano nell’affrontare l’emergenza?

“Nel complesso mi pare stia affrontando bene questa emergenza. Molti criticano il Governo perché avrebbe nelle primissime settimane un po’ sottovalutato l’epidemia, ma in realtà così hanno fatto tutti i governi del mondo, nessuno escluso.”

E c’è chi ha fatto ben peggio di noi. La stessa Cina non ha capito e ha sottovalutato all’inizio.

“Cina compresa. Anzi, chissà se la Cina ci ha davvero raccontato tutto e sta continuando a raccontarci tutto quello che capita là. Ora dicono che non ci sono più infetti, speriamo che sia vero, ma non è che ci possiamo proprio giurare. Tornando al Governo italiano, a parte questa iniziale e tutto sommato comprensibile sottovalutazione, dopo mi pare abbia agito e ora stia agendo bene. Noto che c’è complessivamente un problema di tanti provvedimenti presi, persino un eccesso di disposizioni normative, che si susseguono e questo complica la vita a tutti, anche di chi come me deve organizzare la vita degli altri. Ogni giorno arriva qualcosa di nuovo che aggiorna o cambia le regole del giorno prima e in questo modo diventa difficile organizzare le varie attività.”

E gli italiani come rispondono?

“Gli italiani sono così (sospira e sorride, ndr), un po’ riottosi alle regole e alla disciplina. C’è poco da fare. Siamo fatti così.”

Personalmente pensavo potesse andare peggio.

“Sì, è vero, è vero (ride, ndr) si poteva pensare che sarebbe andata anche peggio. Tutto sommato, invece, i cittadini in grande maggioranza stanno rispondendo bene. La paura, indotta anche dal martellamento dell’informazione, sta facendo riflettere tutti e sta facendo sì che le regole di salute pubblica siano in massima parte rispettate.”

Gianluca Dradi

Veniamo al mondo della scuola. Come sta andando questa esperienza delle lezioni online? Al netto che non tutti sono connessi e non ovunque si riescono a fare.

“Intanto, parlando in generale dell’Italia, questa cosa mette chiaramente in evidenza i soliti problemi che ci sono nella scuola: la segregazione formativa, il ruolo delle famiglie, il fattore fondamentale del ceto sociale di provenienza. Il digital divide si vede e fa la differenza.”

Insomma, in questo frangente scolastico, ricchi o poveri non è la stessa cosa?

“Certamente. Tutto si acuisce. Ci sono scuole professionali o zone del nostro paese in cui nelle famiglie il computer non c’è. È vero che tutti hanno lo smartphone però non è la stessa cosa seguire la lezione sul pc o con un cellulare. Se hai lo smartphone a consumo e non il wifi a disponibilità illimitata, nel giro di poche ore consumi tutte le tue disponibilità. Inoltre c’è il problema della banda larga e delle difficoltà di connessione. Quindi ci sono queste differenze strumentali. Poi la differenza la fa anche la famiglia che hai alle spalle. Una cosa è una famiglia attenta, stimolante, che sa stabilire certe regole, perché ovviamente lo studente soprattutto a casa va responsabilizzato. Ci sono famiglie in cui questa capacità di seguire i ragazzi non c’è. E d’altro canto per fortuna abbiamo questi strumenti, altrimenti ci sarebbe il nulla. Per fortuna l’informatizzazione è abbastanza avanzata nel paese e nell’emergenza si riesce a dare una risposta con le lezioni online. Dalle forme più blande a quelle più strutturate e avanzate.”

Come quella del suo istituto, il Liceo Scientifico di Ravenna.

“Sì. Certo è una cosa che non si improvvisa. Noi siamo riusciti a partire immediatamente perché avevamo da tempo non sperimentato le lezioni a distanza, questo no, ma avevamo tutte le piattaforme informatiche con tutte le classi predisposte, ogni studente ha la sua mail, con il dominio dell’istituto, quindi una linea di comunicazione esclusivamente ad uso interno per cui gli studenti non possono parlare con l’esterno. Avendo tutte le classi già formate, è stato molto semplice avviare queste lezioni già due giorni dopo la chiusura. È bastato inserire il nome della classe e tutti gli studenti della classe erano collegati.”

Come funzionano queste lezioni a distanza?

“Il metodo ce lo stiamo un pochino inventando, sperimentando sul campo. Perché è evidente che la classica lezione cosiddetta frontale non la reggi per 5 ore di seguito. Perciò abbiamo fatto riunioni in videoconferenza del collegio dei docenti e abbiamo stabilito delle linee guida, che poi abbiamo integrato successivamente anche sulla base delle indicazioni del ministero. Cerchiamo di ridurre l’ora di lezione scolastica a 45 minuti per consentire intervalli più lunghi fra una lezione e l’altra. E poi si alterna la lezione classica in cui il docente spiega a lezioni dedicate a compiti ed esercizi, che rendano gli studenti più attivi, affinché non siano solo spettatori passivi di qualcuno che parla e spiega.”

E qual è il suo giudizio sull’andamento di queste lezioni?

“Il giudizio è positivo. Premesso che siamo in emergenza. Non è questo il futuro della scuola, ovvio, e non è auspicabile. Perché la presenza e il rapporto umano fra docente e studente è fondamentale nell’esperienza educativa. Quindi, tenuto conto dell’eccezionalità della situazione, sta andando bene. Gli studenti sono presenti. Ogni tanto sento i rappresentanti di istituto. I ragazzi avvertono la pesantezza della situazione però ci sono e si stanno impegnando. E questo impegno è importante anche per loro, diciamo la verità. Perché stare a casa tutto il giorno senza avere nulla da fare sarebbe davvero molto problematico per adolescenti e ragazzi.”

Adesso, con il prolungarsi – dato per scontato e inevitabile – della sospensione delle lezioni, c’è il problema anche delle valutazioni che in un primo tempo non si era posto.

“È così. Infatti, in un primo tempo, ipotizzando che la sospensione durasse solo fino al 3 aprile, avevo dato indicazione di non preoccuparsi delle valutazioni tradizionali, cioè di valutare certo il lavoro degli studenti ma senza la necessità stringente di mettere un voto sul registro. Agli studenti avevo detto che, in ogni caso, al rientro a scuola, ci sarebbero state verifiche sul lavoro fatto a casa. Adesso siccome la sospensione è destinata a prolungarsi e non si capisce fino a quando – certamente per tutto aprile – il ministero ha detto che le valutazioni vanno assolutamente fatte, perché bisogna dare validità effettiva all’anno scolastico. Quindi adesso stiamo ragionando su come mettere in pratica questa indicazione. Ricordiamo che la valutazione è un aspetto tecnico ma ha anche validità giuridica, quindi bisogna che abbia anche tutte le caratteristiche di trasparenza e regolarità necessarie. Online è più difficile. Ma non è impossibile. Adesso ci si sta ragionando e quindi ci daremo delle regole.”

Data l’eccezionalità della situazione qualcuno ha detto anche: promuoviamo tutti gli studenti. Lei che ne pensa?

“È un messaggio sbagliato. Così come sarebbe sbagliato dire: non teniamo conto dell’eccezionalità del momento. Io credo che dobbiamo trovare una misura di buon senso.”

Quello che chiediamo a tutti gli italiani.

“Esatto. Noi siamo i primi a doverlo dimostrare. Recuperando ciò che la legge stessa ci dice sulla valutazione degli studenti: cioè valutare il miglioramento del loro apprendimento e il grado di maturità. Restituire allo studente attraverso il voto un’informazione sulle sue capacità e sulle sue carenze, sul cosa deve fare per recuperare queste ultime. Valutare lo studente in questa fase è dare il giusto valore a ciò che sta facendo. Io credo che le valutazioni questa volta dovranno essere più legate alle competenze cosiddette di cittadinanza – la partecipazione, la consapevolezza, la reazione appropriata, il lavoro svolto – più che basate sul rigore nozionistico.”

Per gli esami di maturità, come finirà?

“Non lo so. Aspettiamo di vedere quali decisioni saranno prese. Dipende molto da quando si torna a scuola. In ogni caso ci sarà stato un vulnus notevole al programma scolastico e dunque occorrerà fare delle prove semplificate, forse una sola prova.”

Magari occorrerà soprattutto capire quanto questa esperienza drammatica ha fatto maturare i maturandi.

“Be’, sì, penso che alla fine molto dipenderà proprio da quale impatto questa esperienza tragica ha avuto sugli studenti, perché credo proprio contribuisca alla maturazione delle persone e dei ragazzi.”

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