Il forlivese Naddei racconta l’album ‘I mostri’: “Amore e vita i temi principali”

Più informazioni su

Conosciuto dai più come Francobeat, il forlivese Franco Naddei, classe 1972, è musicista, produttore e arrangiatore da quattro lustri, portando avanti uno degli studi di registrazione più noti della Romagna, il Cosabeat. Tre sono i concept album sin ora realizzati dal nostro: “Vedo beat” (Snowdonia) sulla beat generation italiana, “Mondo fantastico” libro illustrato con CD su Gianni Rodari e la sua poetica (Artebambini) e “Radici” (Brutture Moderne) con testi scritti dagli ospiti di una struttura residenziale per disabili mentali.

A livello stilistico e musicale, Naddei porta avanti da oltre 20 anni una ricerca improntata sulla manipolazione del suono in tempo reale (lavorando prettamente in analogico), portandolo a collaborare con varie realtà musicali e artistiche del panorama musicale e non. Pensiamo alla sonorizzazione di spettacoli per compagnie teatrali quali Accademia Perduta/Ferruccio Filipazzi, “Città di Ebla” e “Le belle bandiere”. Per molti anni Naddei ha seguito le produzioni teatrali di John de Leo tra cui “Centurie”, “Monsters”, “Songs”, “Zolfo” ed i suoi album solisti “Vago svanendo” e “Il grande Abarasse”, entrambi usciti per Carosello records.

In campo musicale Naddei ha anche prestato le sue sonorità, i suoi arrangiamenti e la sua produzione artistica ad artisti come Sacri Cuori, Hugo Race (ex Bad Seeds), Santo Barbaro, Giacomo Toni, Giuseppe Righini, Moro & the Silent revolution, Pantaleimon, Alejandro Escovedo, Terry Lee Hale, Antonio Gramentieri e in moltissime altre interessanti produzioni sia italiane che internazionali.

In ambito di jazz “contaminato” ha collaborato con molti artisti della scena italiana tra cui Francesco Cusa, Gianni Gebbia, Vincenzo Vasi, Achille Succi, Fabrizio Tarroni, Dimitri Sillato, Pero Bittolo Bon, Diego Sapignoli, Fabrizio Puglisi, Luisa Cottifogli, John de Leo, Xavier Iriondo (Afterhours), Guido Facchini, Christian Ravaglioli e molti altri.

Conclusa l’esperienza “Francobeat”, nel 2017 Franco si concede, come nome d’arte semplicemente il suo cognome per iniziare un nuovo corso. Nasce così “Naddei” ed il progetto “mostri”; una rilettura in chiave elettronica dei mostri sacri del cantautorato italiano. Il titolo “I mostri” non deve automaticamente trarre in ‘inganno’. Quelli di cui si parla nell’album (Piero Ciampi, Franco Battiato, CCCP, Rino Gaetano e Ivan Graziani solo per citarne alcuni) sono i mostri sacri del cantautorato italiano o per lo meno quelli che, in queste canzoni, hanno raccontato anche un po’ la vita di Naddei.

L’intervista

Com’è nata l’idea di raccontarti attraverso rivisitazioni di classici della musica popolare italiana?

“Innanzitutto, la mia è stata soprattutto una ricerca sonora. Come Francobeat ho sempre realizzato concept album, legati tra di loro da differenti temi. Ho sempre lavorato muovendomi all’interno di differenti sonorità e generi, non ho mai perseguito un filone in particolare, privilegiando sempre l’aspetto legato ai testi. Anche nelle produzioni artistiche che ho curato, cerco di realizzare un ‘vestito’ particolare per l’artista in questione e per le sue canzoni. La musica elettronica, tuttavia, è sempre stato il mio pane e ho prevalentemente lavorato in analogico, sia come produttore che come musicista. In “I mostri”, ho preferito lavorare in modo approfondito sulla musica elettronica. Per evitare di avere la ‘doppia variabile’, ovvero canzone con testo e ‘vestito sonoro’ ho cercato di fermare una delle due variabili, facendo un esperimento adottando quel tipo di operazione su canzoni già scritte. Ho sempre realizzato ‘cover’, in un certo senso. Ho cercato canzoni dove, il cantautore, si sia sovrapposto alla sua figura umana, raccontando schiettamente quello che gli è capitato, magari talvolta in modo crudo. Ogni album, per me, è un momento per fare ricerca e approfondire temi che magari in passato avevo trascurato. Con “I mostri” la ricerca è ricaduta sulla musica italiana, che in passato ho considerato in maniera un po’ superficiale per mille motivi. Gli autori che ho trattato nell’ultimo disco sono accomunati da una poetica personale”.

La copertina minimale mi ha fatto pensare ad uno schizzo disegnato durante un’attesa o al regalo di un bimbo. Concettualmente parlando, mostri come ‘giganti’ e non come spauracchi o riflessi della parte oscura dell’animo umano. Cosa hai voluto trasmettere con questa cover?

“La copertina è stata disegnata in passato da mio figlio. Come tanti bambini si è appassionato di mostri e dinosauri. Ogni tanto capitava che accennassi al progetto dell’ultimo album mentre ero in sua compagnia e, quando fu il momento di scegliere la copertina, vidi proprio quel disegno con su scritto “I mostri”. Mi sono detto: “E’ un segno del destino, sarà la copertina del disco” (sorride). Il termine mostri penso sia un po’ duale, nel senso che figura sia i giganti del cantautorato italiano ma, al contempo, riflette la cruda sincerità narrata dagli artisti omaggiati attraverso la loro poetica. Con meno filtri possibili, aggiungerei”.

Franco Naddei_album cover

Strumentalmente parlando, siamo dinanzi a basi minimali ma non per questo di semplice o scontata concezione. Ogni base musicale descrive, almeno in parte, gli umori del testo?

“La canzone suggerisce dei mondi sonori e ognuno la ‘monta’ nella sua testa come la può percepire. Non è un caso che “L’animale” di Battiato sia stata realizzata come suona, perché si tratta di una lotta interiore, quel ‘mostro’ che ogni essere umano si porta dentro e, non a caso, la base ha a che fare con il battito, la velocità e la tensione. Maneggiando l’elettronica con le mani, quando ho buttato giù le idee, l’ho fatto in modo istintivo, come se avessi una chitarra a tracolla. Per realizzare i pezzi ho impiegato una batteria elettronica e alcuni sintetizzatori, partendo dal ‘grosso’ e lavorando gradualmente sui dettagli”.

Cantautorave: una commistione geniale quanto ardita. La vedo come un’autentica scommessa…prima di tutto con te stesso…

“Sicuramente. Il neologismo Cantautorave è stato coniato da Giacomo Toni, cantautore molto in gamba del territorio romagnolo. Ci tengo a sottolineare che l’album “I mostri” non è uscito su supporto fisico, ma è stato concepito piuttosto come un live, in modo che le persone potessero confrontarsi su figure importanti spesso stereotipate e scoprire molte loro sfumature magari più nascoste”.

Il passaggio da Francobeat a Naddei una scelta stilistica oppure un suggerimento del concept che pervade le tue attuali creazioni? Oppure entrambe le cose o nessuna di queste? Vedo comunque più di un punto di contatto tra alcuni lavori di Francobeat e l’album firmato Naddei…

“Sono sempre la stessa persona, ma con l’esperienza ho imparato a ricercare l’essenziale, capendo cosa togliere. Il passaggio di cui parli è servito a lasciarmi un po’ più a nudo. Lo step successivo sarà mettermi a nudo ancora di più con canzoni originali”.

Franco Naddei 2

Cuore e piedi. Pulsazioni e beat. Questa componente primordiale è una boccata d’ossigeno rispetto alle convenzioni sociali?

“Credo la musica debba contenere un atto liberatorio. Il neologismo stesso, “Cantautorave”, contiene uno sfogo fisico e aiuta nella fruizione del messaggio e della musica. Tutto ha a che fare con la radice del blues, una dimensione che mi interesserebbe molto esplorare. Difficile staccare la musica dal corpo secondo me, per cui la mia attitudine è sempre molto ritmica. Non solo un movimento interiore, ma anche fisico”.

In “Più di così no” un featuring davvero indovinato con Sabrina Rocchi…

“Ti ringrazio. Si tratta di mia moglie, un tempo cantante di professione. Era da un po’ che non cantava e, avendo visto una correlazione tra il testo di “Più di così no” e la nostra storia, ho pensato a questo featuring. Al momento sto lavorando ad un suo disco, basato su un progetto che definirei come molto particolare. Un tributo a Jula de Palma, cantante degli anni ’50 forse non molto nota al pubblico nostrano. Il suo successo partì dalla censura di un brano che portò al Festival di San Remo. Jula de Palma possedeva un talento straordinario, ma era un po’ una ‘pecora nera’ a quei tempi, venendo messa in ombra da una star come Mina, per intenderci. Credo che mia moglie abbia molte assonanze a livello vocale con Jula de Palma, per cui abbiamo iniziato a lavorare su questo progetto. Ti confesso che abbiamo scritto a Jula e ci ha risposto con una email commuovente, dicendosi entusiasta che Sabrina non la scimmiottasse nelle sue versioni”.

“Io sono uno” un omaggio a Luigi Tenco. Cosa ti accomuna al suo personaggio e alla sua musica?

“Tenco mi rappresenta molto, sia nel modo che ha di cantare che nel suo modo di scrivere. Anche il modo in cui ha vissuto l’esposizione mediatica, difendendo il suo successo e i punti chiave che gli consentivano di continuare a fare canzoni. Mi hanno sempre affascinato la fragilità e la forza presenti nello stesso momento all’interno della sua persona. Un personaggio che contiene tutte le contraddizioni dell’essere umano, comunicandomele in faccia”.

In “Fame” di Ivan Graziani si parla della difficilissima vita dell’artista (intesa come figura), spesso alle prese con problemi economici, compromessi o situazioni impossibili che possono finire anche per uccidere l’artista stesso. Eppure la ‘preghiera innalzata’ alle stelle è una tentazione e/o un bisogno troppo forte per chi si nutre di passione?

“Sì, tra l’altro ho lavorato sia con Ivan che con i suoi figli in passato. Graziani è uno degli artisti che più ha parlato della condizione del musicista e della sua vite nelle sue opere, facendolo in modo molto schietto anche a livello verbale. Inizialmente “Fame” non la conoscevo e non si tratta di uno dei suoi grandi successi. Leggendo il testo, tuttavia, mi ci sono ritrovato molto e così ho deciso di gestirlo partendo da questo punto. Concettualmente parlando, il mio invito è quello di vivere nel migliore dei modi la condizione precaria del musicista, evitando di piangersi addosso, perché tanto è inevitabile. Insomma, tanto vale ballarci sopra. Abbiamo ‘fame’, ma siamo vivi (ride)”.

Se non erro, inizialmente, avevi in cantiere più di dieci brani. Quelli che hai sin ora escluso usciranno in futuri lavori in studio o compilation?

“Sono tentato, ma credo non lo farò. Nei dieci pezzi scelti per la tracklist c’è un equilibrio particolare e, aprendo un secondo capitolo, potrei correre il rischio di ‘perdere la bussola’. “I mostri” parla principalmente di amore e di vita e non vuole essere un tributo a qualcuno in particolare, quanto piuttosto alla canzone che è in grado di essere condivisa e condivisibile con l’esperienza delle persone che l’ascoltano”.

Franco Naddei 3

A cura di Alessandro Bucci

Più informazioni su