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RAVENNA E LA PANDEMIA UN ANNO DOPO / 8 / Raffaella Radi, educatrice d’infanzia di Ravenna: bene l’alleanza cresciuta fra scuola e famiglia

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Un anno fa, il 23 febbraio, l’ordinanza di chiusura delle scuole a Ravenna. Fu il primo atto di una escalation di fatti e interventi che hanno segnato i successivi 366 giorni fino ad oggi. È da un anno infatti che la pandemia Covid-19 è entrata dolorosamente a far parte della nostre vite, stravolgendole. Il virus ha imposto sacrifici a tutti, a partire dai più piccoli con le limitazioni alla frequenza delle scuole, alla pratica dello sport, privandoli del contatto e della relazione con gli altri, elemento fondamentale, come ci spiega Raffaella Radi, educatrice della scuola dell’infanzia Freccia Azzurra di Ravenna, nella crescita dei bambini. Un anno dopo Raffaella Radi ci parla degli effetti più tangibili provocati dalla pandemia sul mondo dell’infanzia e delle speranze legate al futuro.

L’INTERVISTA

Raffaella Radi partiamo da quando tutto è iniziato, quegli ultimi giorni di febbraio 2020. Che cosa si aspettava quando l’emergenza è scoppiata anche a Ravenna? Si aspettava che sarebbe capitato quello che poi è successo o comunque qualcosa di molto grave?

“Nessuno di noi, né le famiglie, tantomeno i bambini si aspettavano una cosa del genere. Quando è arrivata la comunicazione che la scuola sarebbe rimasta chiusa, pensavamo che tutto si sarebbe risolto nel giro di poco. I bambini hanno vissuto quella prima settimana come una sorta di “avventura”, una cosa speciale, come succede in caso di neve quando le scuole rimangono chiuse. Avevamo lasciato in sospeso tutte le attività didattiche, non eravamo preparati ad una simile emergenza. Chi poteva mai immaginare quello che poi è successo? Dopo la prima settimana, noi educatrici siamo ritornare a scuola senza i bambini per preparare le riunioni e le attività di marzo. Vivevamo ancora la nostra routine, la normalità di tutti i giorni.”

Ma poi le scuole non hanno riaperto… che ricordi ha di quei mesi di lockdown?

“Dopo la seconda, terza settimana di chiusura, ormai era chiaro a tutte noi che le scuole non avrebbero riaperto a distanza di poco, così abbiamo iniziato ad inviare su Whatsapp messaggi vocali, letture, narrazioni, video, ai genitori per rimanere in contatto con i bambini. La rappresentante delle famiglie ha chiamato i genitori per sapere come stavano i bambini e di che cosa avevano bisogno per cercare di capire come organizzare la didattica e la comunicazione a distanza. Come ho detto prima, abbiamo iniziato con Whatsapp, ma dopo il primo mese di chiusura ci siamo organizzate con altre piattaforme come Zoom e Skype, per comunicare con quanti più bambini possibile. Parlando con i genitori era emersa la necessità di mantenere una parte della loro quotidianità, interrotta bruscamente. Così incontravamo i bambini organizzati in diversi gruppi su Skype o Zoom una volta a settimana. Dopo il primo mese di lockdown, il servizio Scuola-Infanzia comunale ci ha fornito alcuni strumenti digitali come la piattaforma “Insegnanti 2.0” – un servizio attivo già dal 2019, dove le maestre caricavano materiali, attività didattiche da condividere con le famiglie -, che si è rivelato uno strumento di scambio di grande utilità per affrontare i lunghi mesi della pandemia. Dopo, sempre il Servizio Scuola comunale ci ha istruite, fornendoci tutte le indicazioni tecniche, per l’utilizzo di un’altra piattaforma digitale chiamata “Padlet”.

Come funzionava questo ‘contatto a distanza’?

“In Padlet ogni sezione scolastica era dotata di una bacheca digitale, dove poter caricare tantissime attività, con le nostre facce, le nostre voci. Erano ovviamente tutti materiali realizzati da noi per i nostri bambini. In questo modo era più facile mantenere il contatto con loro e non interrompere la relazione con le educatrici, aspetto fondamentale nella fase di crescita di un bambino di 3 anni. Con Padlet c’è stato davvero un cambio di marcia: la comunicazione era più diretta, immediata. I bambini vedevano le attività caricate e noi maestre rispondevamo nell’immediato alle loro esigenze. Era l’unico modo possibile, vista la situazione generale, per stargli vicino. Si sono intensificate anche le video chiamate: da una, siamo passate a due/tre volte a settimana. Essendo educatrici di una scuola dell’infanzia, non avevamo mai avuto il reale bisogno di approfondire la conoscenza degli strumenti digitali: tutte le attività didattiche avvengono in classe, utilizzando diversi materiali o attraverso il gioco. La pandemia ci ha colte impreparate, è vero, ma non ci siamo scoraggiate: ognuna di noi da remoto, prima utilizzando gli strumenti a disposizione poi grazie alle indicazioni del Servizio comunale, abbiamo lavorato tantissimo per rendere meno traumatico il distacco ai bambini. E così siamo arrivate a giugno: l’estate era alle porte e ormai era evidente che la scuola non avrebbe riaperto. Sempre il Servizio comunale è riuscito ad organizzare i saluti finali in presenza, ma solo per i bambini che a settembre non sarebbe ritornati alla “scuolina” perché iniziavano le elementari. Ricordo quel momento con tanta emozione, finalmente riabbracciavamo i nostri bambini dopo mesi di distacco.”

Se dovesse darmi un giudizio su quest’anno: quali cambiamenti ha determinato? È cambiata la percezione delle cose, se sì, in che modo?

“Credo fermamente che tutto il tessuto sociale che gravita attorno al mondo della scuola nella nostra Regione abbia tenuto ed affrontato molto bene l’anomalia di una gravissima situazione a cui nessuno era preparato. Con gli strumenti a disposizione, non si poteva fare più di quello che è stato fatto. L’unione tra colleghe e colleghi, tra le scuole, è stata esemplare: abbiamo dovuto reagire molto in fretta, adattarci velocemente alle nuove disposizioni che durante il lockdown cambiavano rapidamente. E per fortuna, con il lavoro e l’impegno di tutti, la relazione tra insegnanti e bambini ha retto. È stata una grande soddisfazione. Penso sia questo il cambiamento più grande che la pandemia abbia comportato e lo annoterei tra le cose positive da conservare per il futuro, ovvero riuscire a mantenere l’attitudine di adeguarci velocemente alle novità e la capacità di andare dritti all’essenziale, – nel nostro caso salvaguardare il legame con i bimbi e il rapporto con le famiglie – tralasciando il superfluo. E poi ovviamente penso anche alla rivoluzione digitale messa in atto di questi mesi: è uno strumento che può tornare utile per il futuro.”

Com’è stato ritrovarsi a scuola, a settembre?

“È stato bellissimo. Far ripartire le scuole in modo sicuro, con tutti quei bambini, non era facile: è stato fatto un lavoro gigantesco. Ricordo le numerose riunioni a cui abbiamo partecipato, per tenerci aggiornate sulle linee guida sanitarie che cambiavano rapidamente. Ricordo anche che all’inizio è stato un po’ straniante doversi abituare alla nuova organizzazione e disposizione degli spazi. Ad esempio, non potevamo più usare gli spazi in comune all’interno della scuola. Ogni sezione era come una bolla in cui nessun altro dall’esterno poteva entrare. Pian piano però ti abitui e così è stato, anche se questa divisione tra classi e di conseguenza tra bambini è stata psicologicamente molto triste da affrontare. Simbolicamente pesante, aggiungerei. Tutti i bambini della scuola sono anche i miei bambini, non solo quelli della mia sezione. È così che noi educatrici viviamo la scuola. Molte attività infatti si svolgono insieme, in cortile si gioca tutti insieme. Inoltre, abbiamo dovuto rinunciare all’utilizzo di alcuni materiali naturali, come il legno ad esempio, perché richiedono un’opera di igienizzazione più lunga a differenza di quelli plastici. Ci ha aiutato tantissimo stare fuori svolgendo attività in esterno, ovviamente fin quando le temperature lo hanno permesso. La pandemia ha penalizzato tantissimo l’uso di spazi e materiali. E di conseguenza anche la didattica: è stata “riformulata” in base agli strumenti che avevano a disposizione.”

Cosa si aspetta dal futuro?

“Per gli asili nido e le scuole dell’infanzia, direi che da settembre si è tornati ad un minimo di normalità. Per fortuna nella nostra scuola non ci sono stati focolai e questa è sicuramente una conseguenza positiva dell’aver sempre rispettato, educatrici, genitori e bambini, le misure anti-contagio richieste dall’emergenza sanitaria. È anche vero che i bambini così piccoli sono più schermati e protetti dal virus, infatti continuano a toccarsi ad abbracciarsi come sempre. Il contatto tra di loro non è mai stato interrotto. Ovviamente spero che con la campagna di vaccinazione le cose andranno meglio per tutti, per porre fine a questo triste capitolo della nostra storia. Per quanto riguarda la scuola, finora tutto è andato bene grazie anche alla forte collaborazione instaurata con le famiglie. Molti genitori, con la chiusura forzata delle scuole e con una quotidianità da dover reinventare stando a casa con i figli durante il lockdown, hanno compreso l’importanza di questo servizio e della sua continuità. Infatti, rispettando le regole imposte dalle norme sanitarie, molte scuole come la mia, hanno retto e sono rimaste sempre aperte da settembre ad oggi. Per il futuro mi auguro vivamente di mantenere questa forte alleanza con le famiglie e che si faccia tesoro del bagaglio di conoscenze digitali acquisite in questi mesi: sarebbe un vero peccato gettare tutto al vento, dopo i grandi passi fatti avanti.”

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