CERCANDO MARIOLA PER RAVENNA / A proposito dei Sì e dei No che aiutano, che ne dite di estrarre più gas italiano e di importare meno gas russo?

Più informazioni su

Oggi Mariola va con un filo di gas. In base ai dati del Mise Ministero dello Sviluppo Economico aggiornati al 2021, l’Italia estrae il 4,4% del gas che consuma. In altre parole, produciamo 3,34 miliardi di metri cubi di gas naturale, ma ne utilizziamo 76,1 miliardi ogni anno. Segnatevi queste prime cifre: il 4,4% del gas che utilizziamo è italiano, il 95,6% lo importiamo dall’estero. Perché? Perché in Italia ci sono solo quei 3,34 miliardi di metri cubi? Niente affatto. Fino a una ventina di anni fa, a cavallo fra gli anni ’90 e 2000, in Italia si estraevano 20 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno. 20 su 76 miliardi costituirebbero oggi il 26% del totale e non appena quel misero 4,4%. Perché se l’abbiamo non lo usiamo? Ecco una bella domanda.

Direi che ci sono due ragioni di fondo, sopra tutto il resto. Per le strane leggi del mercato si è ritenuto più conveniente per l’Italia andare a comprare il gas all’estero. Allo stesso tempo, secondo alcune politiche ambientaliste che si sono fatte strada in modo trasversale si è pensato che era meglio andare ad esaurimento dell’estrazione del gas nazionale per preservare il nostro mare e il nostro ambiente. Se c’erano problemi ambientali legati al gas, se li tenessero gli altri.

Tutto o quasi è andato liscio (quel quasi sta nel fatto che nel frattempo la nostra industria estrattiva del gas è andata in crisi e Ravenna ne sa qualcosa) finché non è scoppiata la guerra con l’attacco della Russia all’Ucraina. E così scopriamo che di quel 95,6% di gas che importiamo ben il 40% arriva dalla Russia. E con una Russia in guerra non solo con l’Ucraina ma de facto anche con l’Europa – non militarmente ma sul piano diplomatico, geo-strategico ed energetico di certo – abbiamo capito che sono guai seri. Perciò siamo corsi ai ripari. Abbiamo cominciato a cercare il gas in giro per il mondo da chi ce l’ha (e in molti casi siamo di fronte a fornitori con i quali tocca sempre turarci il naso, quanto a diritti e libertà democratiche). In pochi mesi siamo riusciti a ridurre la nostra dipendenza dal gas russo dal 40 al 25%, ha detto recentemente il nostro Premier Mario Draghi. La ricerca continua e la dipendenza diminuirà.

La storia non si fa con i se e i ma, ma se invece di ridurre la nostra produzione noi l’avessimo mantenuta adesso saremmo quasi a posto. Così non è. Perché con gli ultimi governi – quello giallo-verde e quello giallo-rosso – si è creata una forte corrente contraria all’estrazione del gas nazionale. Alla luce di quanto sta accadendo sembra tutto molto insensato. Ma è tutto vero. Solo adesso con la crisi energetica post-pandemia esacerbata dalla guerra si sta cominciando a riconsiderare la questione seriamente, sulla spinta del Premier Mario Draghi e del Ministro Roberto Cingolani. E sulla spinta di istanze locali come quelle espresse più volte dalla Regione Emilia-Romagna di Stefano Bonaccini, dal Comune di Ravenna, dagli operatori dell’oil&gas nazionale.

Ravenna_Manifestazioneperoilandgas16marzo2019_15.jpg

Ravenna, manifestazione del mondo dell’oil&gas di qualche anno fa

Mario Draghi in una recente conferenza stampa è stato molto chiaro. Ha detto 1) che la transizione energetica deve andare avanti speditamente, accelerando sulle fonti rinnovabili; 2) che per far fronte alla crisi energetica che abbiamo qui e ora dobbiamo comunque usare le energie fossili che abbiamo, come il gas, e quindi dobbiamo comprare gas da chi ce l’ha (anche quello liquido per cui servono i rigassificatori) e poi dobbiamo estrarre più gas nazionale, perché abbiamo bisogno di affrancarci dalla dipendenza russa e dobbiamo importare meno gas. La quota maggiore di gas nazionale non sarebbe una quota di gas aggiuntiva (ciò sarebbe contrario alla logica della decarbonizzazione e della transizione energetica) bensì sostitutiva del gas estero (soprattutto russo a questo punto), per il tempo necessario a far fronte alla crisi attuale. Che a questo punto sappiamo tutti non sarà una passeggiata di pochi mesi.

Qui è inutile recriminare sulle scelte fatte o non fatte in passato. Anche se ci sarebbe molto da dire sull’Italia dei No che non hanno aiutato a crescere. Nell’Assemblea del 4 luglio di Confindustria Romagna al Teatro Alighieri di Ravenna su questo tasto hanno battuto tutti. Lo ha fatto il Sindaco di Ravenna Michele de Pascale (l’Italia ha ballato sull’orlo del burrone, preda di politiche demagogiche, ha detto in sostanza) che in altre occasioni non ha mancato di criticare anche una parte dei suoi a Roma. Lo ha fatto il Presidente di Confindustria Roberto Bozzi. Lo ha fatto il Presidente della Regione Stefano Bonaccini: è sua la frase sull’Italia Paese dei No.

Ma lasciamo stare il passato, è del presente che dobbiamo parlare. E il presente ci dice due cose, molto chiare e semplici tutto sommato. La prima. Per contrastare l’emergenza climatica che sta causando disastri su disastri, serve assolutamente accelerare sulla transizione energetica – scelta già fatta dall’UE – che significa decarbonizzazione spinta, puntando decisamente sulle fonti energetiche rinnovabili. Ora. Subito. Senza tergiversare oltre. Ma senza furori ideologici e senza integralismi, aggiungo io. 

La seconda. La guerra in corso, con tutte le conseguenze che si porterà dietro, ci costringe a fare i conti con una crisi imprevedibile e imprevista. Per la quale non siamo affatto preparati. Dobbiamo al più presto come Europa affrancarci dalla dipendenza energetica da uno stato come quello russo in mano a un dittatore (e a una cricca) che viola il diritto internazionale, ha mire imperialiste ed espansioniste, vuole cambiare gli assetti del mondo ed è ostile all’Europa (alla lettera è tutto quello che sta dicendo la Russia di Putin). È un passaggio cruciale per la sopravvivenza della stessa Europa. Dobbiamo farlo e in breve tempo. Dobbiamo evitare che l’Europa si fermi per mancanza di energia. Anche perché in questo caso sarebbero disastri per l’economia mentre le nostre società democratiche e aperte non sarebbero in grado di reggere le tensioni sociali e politiche che si creerebbero. Al Cremlino lo sanno e giocano duro su questo.

Fare fronte alla crisi energetica qui e ora significa usare tutti i mezzi a nostra disposizione, anche mezzi eccezionali. In Germania, dove al governo ci sono i Verdi, hanno detto sì addirittura alla riapertura delle centrali a carbone. Più fossile di così si muore. È una scelta eccezionale, pragmatica, temporanea. Ma se serve a superare la crisi del momento si fa, dicono in Germania.

Da noi abbiamo quel gas che qualcuno si ostina a non voler estrarre. Non è la soluzione di tutti i mali, ma ci darebbe una bella mano. Ebbene, qualcosa si muove per tornare ad estrarlo seriamente in Italia. Ma continua ad esserci una forte opposizione. Ideologica. Integralista. Fondamentalista. Non c’è crisi ed emergenza che tenga. Non c’è guerra che giustifichi alcunché. Non c’è rischio di bollette insostenibili per famiglie e imprese o di un blocco di forniture: certi ambientalisti fondamentalisti dicono No a tutto quello che non è rinnovabile. Vogliono tutto e subito. Forse pensano di salvare così il pianeta fra 30 anni, con il danno collaterale di far collassare l’Italia e l’Europa domani. Perché è chiaro a tutti che le fonti rinnovabili ci daranno il 100% dell’energia che ci serve solo fra un tot di anni, non domani, né dopodomani. 

Sono gli stessi ambientalisti fondamentalisti che si inalberano se il Consiglio comunale di Ravenna – che in tutta questa partita nazionale, onestamente, conta forse come il due di coppe quando briscola è bastone – dice che bisogna puntare sulla transizione energetica e sulle rinnovabili, ma bisogna anche accettare l’idea di estrarre più gas in Adriatico rispetto a quella miseria che si estrae oggi. E addirittura attaccano a testa bassa quei coraggiosi di Ravenna Coraggiosa, che pur con tutti i mal di pancia di questo mondo a Palazzo Merlato hanno votato Sì: sì ad estrarre più gas.

Apriti cielo! Ai coraggiosi piomba addosso la scomunica, l’accusa di alto tradimento della sacra causa ambientalista. Non voglio fare alcuna ironia, ma penso invece che in questo momento serva più coraggio a dire Sì che a dire No a prescindere, che a dire No perché vogliamo tutto e subito. Quello è un No facile, dettato da furore ideologico, che non fa i conti con la realtà.

Con questi No non si va da nessuna parte. Mi si dirà che sto facendo una rappresentazione caricaturale, forzata, strumentale, distorta delle posizioni. Mi si accuserà di tutto. Lo so già. Ma per portare la discussione con i piedi per terra, e far capire a tutti cosa c’è in ballo, al fondo c’è un dilemma, che è come sempre culturale. Siamo ancora l’Italia dei No ideologici e fondamentalisti? O vogliamo dire qualche Sì per cercare di dare una soluzione pragmatica, riformista e gradualista a questa crisi che rischia di travolgerci?

Sapete qual è per me la risposta.

PS: io non l’ho sempre pensata alla stessa maniera. Qualche anno fa, nell’aprile del 2016, quando si tenne il famoso referendum sulle trivelle – la dico così, per brevità – io andai a votare contro le trivelle. Lo feci per ragioni squisitamente politiche, perché volevo mandare un segnale politico contro Matteo Renzi che allora guidava il governo di centrosinistra e che non mi piaceva affatto. Votai contro senza interessarmi al merito e senza approfondire la sostanza del quesito del referendum, e sbagliai. Per fortuna quel referendum non passò. Se si rivotasse oggi sarei a favore cento volte. E ho spiegato sopra perché. Se non altro perché c’è una guerra di mezzo, che ci mette nei guai e che se non stiamo attenti rompe l’Italia e l’Europa. Per cui non intendo più giocare con i No politici o ideologici. Voglio attenermi a un principio di realtà e di responsabilità. E dico: importiamo meno gas russo, estraiamo e usiamo più gas italiano. È così semplice!

Più informazioni su