Concessioni balneari. Rustignoli (Cooperativa Spiagge Ravenna): “Il bando tipo non basta. E’ solo l’inizio di un percorso”
Il bando tipo nazionale per le concessioni balneari, approvato ieri dal Consiglio dei Ministri, rischia di essere scambiato per una soluzione, che ancora non c’è. Per ora è solo l’avvio di un percorso, privo di effetti immediati e senza risposte sui nodi cruciali del settore dei balneari che da anni attende delle risposte chiare e definitive.
Maurizio Rustignoli, presidente della Cooperativa Spiagge Ravenna e presidente nazionale di Fiba-Confesercenti, l’associazione che rappresenta le imprese balneari italiane, mette in guardia da facili entusiasmi e chiede regole certe prima di arrivare alle evidenze pubbliche.
A che punto siamo davvero?
Siamo, purtroppo, ancora in una situazione di grande confusione. È vero che ieri il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto che apre il percorso verso un bando tipo nazionale, ma bisogna essere molto chiari: non siamo di fronte a una svolta risolutiva. È solo l’inizio di un iter lungo, complesso e per nulla vincolante.
Nel frattempo, nel nostro comparto continuano a mancare certezze. Non c’è chiarezza sui tempi, sulle modalità e soprattutto sulle tutele. E questo, inevitabilmente, indebolisce quelle che per noi restano le priorità assolute: la riforma del Codice della navigazione e il tema dell’indennizzo, che per noi significa riconoscimento del valore aziendale.
Come categoria non siamo contrari alle evidenze pubbliche, lo abbiamo detto e ripetuto più volte. Siamo pronti a confrontarci con le gare. Ma quello che riteniamo profondamente ingiusto è arrivare alle evidenze pubbliche senza quel percorso di accompagnamento che è stato promesso per anni e che è indispensabile per evitare che tutto questo si trasformi in un esproprio delle imprese.
Perché insistete sulla riforma del Codice della navigazione?
Perché stiamo parlando di una normativa del 1942. Una legge scritta in un’epoca storica completamente diversa, in un’Italia che non aveva nulla a che vedere con il turismo di oggi, né per numeri, né per complessità, né per valore economico.
Il turismo è cambiato radicalmente. Le attività sul demanio sono cresciute tantissimo e avrebbero bisogno di crescere ancora, di innovarsi, di investire. Eppure continuiamo a regolare tutto con principi vecchi di oltre ottant’anni. È possibile che dopo decenni di dibattiti nessuno riesca a mettere mano seriamente a questo Codice?
Riformare il Codice della navigazione non va in contrasto con i principi europei, come qualcuno vorrebbe far credere. Uno Stato membro ha pieno diritto di definire il proprio quadro normativo, purché nel rispetto dei principi generali. Questo per noi resta un tema prioritario, centrale, non più rinviabile.
L’altro grande nodo, centrale per i balneari, è quello dell’indennizzo.
S’. Oggi l’indennizzo è limitato al valore dei beni non ammortizzati, una previsione che non tiene minimamente conto della realtà delle imprese balneari italiane. Per noi l’indennizzo non è una “gentile concessione”, ma il riconoscimento minimo del valore aziendale costruito in decenni di lavoro.
E’ importante sottolineare che il concessionario uscente sarà il soggetto più penalizzato di tutti. Alla faccia dell’equità e del libero mercato: chi ha investito, costruito, innovato, creato occupazione, si trova a dover partecipare a una gara mettendo sul tavolo le stesse condizioni di un soggetto completamente estraneo, che non ha investito nulla fino ad ora. Questo significa, di fatto, non riconoscere nulla del percorso fatto dagli imprenditori balneari in decenni di lavoro.
Il bando tipo nazionale può almeno ridurre le disparità tra territori?
Il bando tipo può avere una funzione di indirizzo, questo è vero, e può essere utile per evitare differenze troppo marcate tra Regione e Regione o tra Comune e Comune. Ma non dobbiamo illuderci: stiamo parlando di uno strumento debole.
Il bando tipo non è vincolante. È una linea guida. Alla fine il Comune può decidere di muoversi in modo diverso. E soprattutto, il bando tipo non può risolvere questioni che devono essere affrontate per legge. Il bando tipo è un segnale, ma è assolutamente insufficiente rispetto ai problemi reali del comparto.
Quante gare sono state fatte finora in Italia e con quali risultati?
In Italia abbiamo circa 640 Comuni costieri che dovranno fare le evidenze pubbliche. Di questi, poco più di 20 hanno effettivamente avviato delle gare. Principalmente in Liguria, qualcosa in Veneto, Friuli, Toscana e pochissimo in Abruzzo.
La cosa più grave è che la maggior parte di queste gare è finita in contenzioso. Parliamo di circa il 50% delle concessioni andate a evidenza pubblica oggi bloccate da ricorsi. Se facciamo una proiezione a livello nazionale, il dato è spaventoso.
Il contenzioso sembra quindi inevitabile?
Diventa inevitabile quando non c’è equilibrio. Se un’impresa non vede riconosciuti i propri diritti, è normale che si rivolga ai tribunali. Il contenzioso non nasce per capriccio, nasce perché lo Stato ha cambiato le regole in corsa.
Noi avevamo concessioni che, pur nella loro precarietà, riconoscevano il diritto di insistenza. Le regole sono cambiate per il recepimento della direttiva europea, ma la politica non è stata capace di accompagnare questo passaggio con una fase transitoria equilibrata.
Perché insistete tanto sul fatto che il bando tipo, da solo, non basta?
Il bando tipo può al massimo suggerire un metodo, un’impostazione.
In questo scenario, quindi diventano centrali Regioni e Comuni?
Diventano centrali in modo decisivo, ed è qui che si apre una grande responsabilità istituzionale. Alla fine il peso operativo di tutta questa vicenda ricadrà sui Comuni, che saranno chiamati a scrivere i bandi, gestire le gare e affrontare i contenziosi.
Le Regioni hanno un ruolo fondamentale di coordinamento e di mediazione. Possono e devono fare da intermediari tra il Governo e i territori, portando le istanze delle imprese e cercando di costruire un percorso equilibrato.
In Emilia-Romagna, ad esempio, il confronto è aperto: la Regione dialoga con i Comuni e con le rappresentanze di categoria, e questo è un fatto positivo.
C’è il rischio che alcuni Comuni accelerino in modo disordinato?
Sì, ed è un rischio enorme. La legge prevede che i Comuni debbano fare i bandi entro giugno 2027, con eventuale proroga al 2028 per motivi tecnici. Anticipare senza un quadro chiaro non porta alcun beneficio, solo caos.
Che impatto concreto può avere tutto questo sull’offerta turistica?
Un impatto devastante. Oggi la legge dice che alla scadenza della concessione il concessionario deve smontare e andare via. Se questo accadesse davvero, per due o tre anni le nostre spiagge diventerebbero cantieri. E questo avrà conseguenze su tutto il settore turistico.
Un nuovo concessionario, anche volendo, ha bisogno di tempo: gara, progetto, permessi, costruzione. Nel frattempo, che offerta turistica diamo? Pensiamo davvero che si possa reggere un sistema turistico senza strutture, senza servizi, senza ristorazione?»
Che clima si respira oggi tra i balneari?
C’è grande pessimismo, rabbia e amarezza. Parliamo di un comparto fatto per il 98% da imprese familiari. In Emilia-Romagna siamo quasi al 100%.
C’è chi vende, chi affitta, chi cambia vita. Le compravendite avvengono a cifre mortificate, impensabili fino a pochi anni fa. Non c’è entusiasmo, non c’è voglia di investire. E questo è un danno enorme non solo per i balneari, ma per l’intero sistema turistico.
Esiste anche un rischio di speculazione?
Sì, soprattutto dopo le gare. Lo sottolineo da tempo. Ci sono soggetti strutturati che puntano ad acquisire decine di concessioni per poi affittarle o rivenderle subito dopo. È già successo in altri settori. Per questo io dico, anche se so di essere una voce fuori dal coro: dopo le evidenze pubbliche dovrebbe esserci una clausola che vieti vendita e affitto per alcuni anni, 3 o 4. Altrimenti la speculazione è dietro l’angolo.
Presidente, molti balneari hanno la sensazione di essere al centro dell’attenzione solo durante le campagne elettorali. È così?
È una sensazione diffusa, e purtroppo non nasce dal nulla. I balneari vengono spesso “utilizzati” in campagna elettorale come simbolo di un problema da risolvere o come bacino di consenso da rassicurare. Si promettono riforme, soluzioni rapide, poi però, una volta passate le elezioni, il tema scompare dall’agenda politica.
Il bando tipo rischia quindi di essere percepito come l’ennesimo annuncio?
Il rischio esiste. Se il bando tipo viene presentato come la soluzione definitiva, quando in realtà è solo l’avvio di un percorso, si crea un corto circuito pericoloso.
In conclusione: la categoria come vede i prossimi mesi e la prossima stagione?
Con grande incertezza e grande amarezza. Noi abbiamo bisogno di riforme vere e di leggi chiare. Senza resteremo bloccati in una transizione che rischia di danneggiare imprese, territori e l’intero turismo italiano.


