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Dolomiti, spedizione estrema dei sub lughesi sul lago ghiacciato: paura di valanghe e una scoperta incredibile

Con un pieno di emozioni, tra brividi di paura e sorprese si è conclusa con successo la spedizione al lago ghiacciato d’Antermoia fra sabato 7 e domenica 8 marzo, da parte del team STH Scuba Treasure Hunters, formato da tre istruttori subacquei professionisti lughesi, Davide Bubani, Andrea Masironi e Michele La Rosa, con l’aiuto di Fabio Stefanacci, esperto escursionista e trekker.

Una missione ad alta quota, fino a 2.500 metri d’altezza, nel cuore del massiccio del Catinaccio, appartenente al gruppo delle Dolomiti in Trentino.

Dopo la paura di essere travolti da una valanga, la fatica di un percorso durato il doppio del previsto, è arrivato un ‘imprevisto’ finale che ha impedito l’immersione: il lago è prosciugato d’inverno.

“Abbiamo fatto una scoperta, nostro malgrado – racconta Andrea Masironi –. Dopo aver rimosso circa un metro di neve ghiacciata per scavare la botola che ci avrebbe consentito di immergerci, forando l’ultimo centimetro, ci siamo accorti di aver letteralmente toccato il fondo del lago. Abbastanza increduli, e in barba a tutta la letteratura scientifica sul luogo, abbiamo così constatato che il lago si prosciuga completamente nel periodo invernale e che quel poco di acqua che resta stagnante si trasforma in ghiaccio. Abbiamo comunque prelevato un campione del fondale tramite provette monouso sigillate per poterle portare a chi vorrà analizzare queste piccole ‘carote’ di terreno”.

Guardandosi attorno, alla ricerca di punti di riferimento, i tre avventurosi istruttori subacquei si sono resi conti infatti di vedere rocce e parti scoperte che non avevano visto nella spedizione eseguita in ottobre. L’idea di una ‘gelida’ spedizione con immersione finale nel lago era maturata proprio dopo quella effettuata con successo in autunno, in più miti condizioni ambientali e climatiche, spinti dal desiderio di alzare il tiro, aumentando il livello di difficoltà.

D’altra parte Andrea, Michele e Davide, formatisi alla scuola Sub Nautilus di Lugo, fanno parte di STH, un gruppo di 12 subacquei cercatori di tesori che ama escursioni non classiche, difficili dal punto di vista logistico. “Non cerchiamo prettamente tesori ma ci piace portare alla luce di tutti meraviglie da posti difficili da raggiungere – spiega Davide Bubani, autore fra l’altro del libro “Tomek Mackiewitz. Il sognatore ribelle” (Alpine Studio, 2019) – . Il nostro motto è “Why not? Perché no?”, che racchiude l’idea dell’esplorazione e dell’andare oltre, nel rispetto delle proprie capacità e della natura. In autunno, durante l’immersione, avevamo notato strani buchetti sul fondale che ci avevamo lasciato degli interrogativi. Ma non ci aspettavamo proprio di scoprire che quello d’Antermoia fosse un lago effimero che appare e scompare ciclicamente”.

Durante l’impegnativa spedizione subalpina non sono mancati gli imprevisti e anche un momento particolarmente difficile. “Nonostante avessimo progettato scrupolosamente la spedizione – ricorda Masironi – e malgrado il nostro capo spedizione avesse controllato giornalmente da più di un mese il manto nevoso, previsioni del tempo e rischio valanghe, abbiamo dovuto affrontare delle difficoltà per quanto riguarda l’altezza della neve. Durante il tragitto infatti ci siamo trovati da non meno di 30 centimetri fino a un metro di neve fresca e, quindi, avanzando con le ciaspole e con i nostri zaini da 25 chili l’uno, abbiamo avuto grosse difficoltà, raddoppiando in pratica le nostre stime di ascesa. Da 4/5 ore stimate, siamo arrivati a 9 ore”.

Il momento più critico è stato quando, a un’ora dal raggiungimento del bivacco, il gruppo ha avvertito in modo inequivocabile uno ‘stress da manto nevoso’: “Abbiamo sentito un ‘wom’, un rumore sordo che indica un elevato pericolo di valanghe, che ci ha fatto letteralmente tremare la terra da sotto i piedi. Ci siamo preoccupati, e abbiamo deciso di separarci subito come gruppo, avanzando a una distanza di un centinaio di metri per non stressare ancora di più il manto nevoso”.

Per tutti questi motivi, è stata una esperienza incredibile, di quelle che non si dimenticheranno mai. “Siamo ritornati a valle con la consapevolezza di aver fatto qualcosa di grande e di bello – conclude Masironi –. La chiave del successo della spedizione sta tutta nel piacevole lavoro di gruppo, affiatato e collaborativo, caratterizzato da grande amicizia ed empatia, tutti elementi necessari in un ambiente così severo e impegnativo. Una soddisfazione personale e anche a livello scientifico: nessuno mai si era avventurato in inverno al lago di Antermoia, per scavare e scoprire che si svuota quasi completamente. Questa è stata la prima spedizione del 2026, presto ne seguiranno altre”.