Insulti alla Casa delle Donne di Ravenna: il consigliere di Forza Italia, Alberto Ancarani, condannato per diffamazione
“Non possiamo che dirci soddisfatte, perché non si trattava di un esito scontato e invece le nostre ragioni sono state pienamente legittimate davanti al giudice”. Questo il commento di Casa delle Donne, dopo la sentenza che chiude, fino ad un eventuale appello, la vicenda che ha contrapposto il consigliere comunale di Forza Italia, Alberto Ancarani, all’associazione ravennate da fine 2023 e che ha condannato Ancarani, sul piano penale e su quello civile del risarcimento danni.
La ricostruzione dei fatti
Era l’11 ottobre, quando Casa delle Donne uscì con una dichiarazione stampa nella quale contestava l’esposizione dai balconi del Comune di Ravenna della bandiera di Israele, dopo i tremendi fatti del 7 ottobre, di cui tutto il mondo ha memoria.
In risposta a quella presa di posizione, Ancarani produsse un post sulla propria pagina Facebook, poi diramato agli organi di stampa, nel quale, come ha stabilito il giudice, faceva qualcosa di più che esprimere un legittimo parere contrario, ma pronunciava frasi riconosciute come infamanti e diffamatorie, in cui le socie della Casa erano definite “coacervo di soggetti di sesso femminile” che vomitavano indecenze sulla stampa locale, arrivando a definirle “fasciste” per i modi utilizzati.
Da qui la denuncia querela di Casa delle donne nel gennaio successivo e gli accertamenti della Procura che rilevavano la sussistenza del reato, condannando Ancarani a 2 mesi e 20 giorni di carcere, tramutati in 480 euro di sanzione. Non un risarcimento danni alle offese, quanto la pena tradotta in “multa”, a riconoscimento del reato.
Il consigliere però si è opposto, il procedimento è finito in tribunale e Casa delle Donne si è costituita parte civile, “non tanto per ottenere un risarcimento danni, quanto per poter essere parte in causa al processo”, spiega la legale rappresentante della Casa. Prima di arrivare a questo passaggio c’è stato anche un tentativo, da parte dell’avvocata Sonia Lama, in rappresentanza della Casa, di conciliare, con una lettera in cui si chiedeva la semplice rimozione del post per evitare la costituzione di parte civile, senza esito però. A quel punto, l’azione legale ha fatto il suo corso e l’11 febbraio scorso si è tenuta l’udienza, nella quale il giudice ha rimandato le parti ad una conciliazione privata. Conciliazione che però non è avvenuta e il 15 aprile si è arrivati alla sentenza che condanna il consigliere Ancarani al pagamento di una multa di 3 mila euro (contro i 480 del passaggio in Procura), oltre al pagamento delle spese processuali. Sul piano civile, alla Casa delle Donne è stato riconosciuto un risarcimento di ulteriori 2.500 euro.
Il commento
“Ci sono tre questioni per noi dirimenti che questa vicenda ha messo in luce – commentano dalla Casa -. Anzitutto il tema della pace: il comunicato con cui contestavamo l’esposizione della bandiera di Israele aveva un significato allora e lo acquista oggi ancora di più, alla luce di tutto quello che è accaduto. Ribadiamo la necessità di interrompere ogni rapporto con Israele e col governo genocida di Netanyahu, condannato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, che sta continuando ad aprire fronti di guerra, come quello in Libano. È paradossale tra l’altro, che questa vicenda sia nata per la nostra critica alla bandiera di Israele, responsabile di stragi di innocenti a Gaza e in tutto il Medioriente, quando poi l’accanimento si è concentrato sulla nostra esposizione di una semplice bandiera della pace, che ci è stato intimato di togliere. Continueremo a batterci per un mondo di pace in cui tutti i popoli siano liberi di autodeterminarsi”.
“Sull’aspetto politico – aggiungono dalla Casa – il consigliere si è difeso dicendo che lo scontro si è svolto nell’ambito di un confronto politico, nel quale tutto è concesso. Contestiamo completamente questa logica del nemico e il giudice ci ha dato ragione: siamo pacifiste, usare parole violente o di odio è politica tossica, la politica vera invece è arte della mediazione. Speriamo che questa sentenza faccia scuola: si può discutere di tutto, ma nel rispetto della dignità dell’interlocutore”.
“Non ci siamo mai nascoste dietro un dito – proseguono -: la nostra associazione non è ‘apolitica’ ma ‘apartitica’. Qualunque scelta è politica, anche l’uso del linguaggio. Non è però vero, come affermato dal consigliere Ancarani, che condividiamo lo stesso ‘agone politico”: lui fa politica in un partito, che al momento è anche al governo del Paese e la fa dagli scranni del Consiglio comunale, in seno al quale ricopre anche la carica di presidente della Commissione bilancio, con ben altra visibilità e attenzione mediatica che la nostra. Noi siamo un’associazione di volontarie, che portano avanti le proprie lotte sul piano della società civile. C’è una bella discrepanza in fatto di potere esercitato”.


