Cocaina, il report nazionale lancia l’allarme. Anche Ravenna conferma il trend in crescita: «Oggi riguarda il 40% degli utenti del SerDP»
La cocaina è la sostanza che oggi preoccupa di più gli operatori delle dipendenze. È questo uno dei messaggi più forti della Relazione 2026 al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia, presentata nei giorni scorsi, che fotografa un aumento dei consumi e un impatto sempre maggiore sui servizi sanitari. I dati nazionali 2025 descrivono un quadro allarmante: la cocaina è responsabile del 33% dei decessi direttamente accertati per intossicazione da sostanze; del 32% dei ricoveri ospedalieri droga-correlati; e del 40% dei nuovi utenti dei SerD (come sostanza primaria).
Una tendenza che trova conferma anche nel Ravennate, dove in meno di dieci anni è cresciuto sensibilmente il numero delle persone seguite dal Servizio per le dipendenze patologiche per problemi legati alla cocaina. “I dati nazionali rispecchiano quello che osserviamo sul nostro territorio – conferma Manuela Ricci, direttrice dell’Unità operativa Dipendenze patologiche di Ravenna -. Nel 2016 gli utenti che si rivolgevano ai nostri servizi per problemi legati alla cocaina rappresentavano circa il 24% del totale. Nel 2025 siamo arrivati a sfiorare il 40%. È un cambiamento importante, che conferma una crescita costante del fenomeno”.
Secondo Ricci, uno dei motivi della diffusione della cocaina è anche la percezione che ancora oggi la accompagna. “Dà l’illusione di essere più performanti, più forti, più adeguati. È una percezione che si lega a un modello di successo sociale che contribuisce a renderla particolarmente attrattiva”.
A cambiare, però, non sono soltanto i numeri. Cambia anche il modo in cui la dipendenza si presenta. “Molte persone tendono a minimizzare il proprio consumo e arrivano ai servizi molto tardi, quando la dipendenza è già strutturata. Questo rende più difficile costruire un percorso terapeutico e mantenerlo nel tempo”.
L’accesso tardivo è infatti una delle principali criticità. “Sono pazienti difficili da agganciare e da accompagnare nel percorso di cura. Spesso cercano una risposta rapida, mentre uscire dalla dipendenza richiede tempo, continuità e un forte investimento personale”.
A differenza di quanto accade per altre sostanze, inoltre, per la cocaina non esistono ancora terapie farmacologiche specifiche riconosciute. “Per la dipendenza da oppiacei disponiamo di farmaci efficaci e di protocolli consolidati. Per la cocaina, invece, il trattamento si basa soprattutto su percorsi psicologici e psicoterapeutici costruiti sulla persona”.
Un altro aspetto che gli operatori osservano sempre più spesso è il policonsumo. “È raro che chi usa cocaina assuma soltanto quella sostanza. Nella maggior parte dei casi viene associata ad alcol, cannabis o altre droghe. Questo aumenta i rischi per la salute e rende ancora più complessa la presa in carico”.
Preoccupa anche l’età del primo contatto con le sostanze. “Secondo i dati 2025 dello Studio ESPAD Italia l’esordio si colloca sempre più spesso tra i 15 e i 17 anni”, osserva Ricci. Un dato che rafforza l’importanza della prevenzione e dell’intervento precoce.
Per Ricci la sfida è anche culturale. “La cocaina continua a essere percepita come una sostanza compatibile con una vita normale. Ed è proprio questo uno dei problemi più grandi. Non si tratta solo di una questione sanitaria, ma anche culturale, sociale e antropologica. Come accade per l’alcol, il suo consumo si è progressivamente normalizzato, fino a sembrare un comportamento quasi accettabile. Così si abbassa la percezione dei rischi e dei danni, soprattutto tra i più giovani, e diventa più facile avvicinarsi alla sostanza senza coglierne davvero le conseguenze. È anche per questo che il fenomeno è così difficile da riconoscere e contrastare”
“Il nostro obiettivo – conclude la direttrice – è riuscire a intercettare le persone prima che la dipendenza diventi cronica. Prima si arriva ai servizi, maggiori sono le possibilità di costruire un percorso di cura efficace”.


