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ScrittuRa Festival. Presentazione ricca di spunti per il libro “Le guarigioni” di Kim Rossi Stuart

Kim Rossi Stuart, attore, regista e attualmente anche scrittore, nell’ambito di ScrittuRa Festival, ha presentato sabato 1 giugno 2019 nella sala del Palacongressi il suo libro di racconti “Le guarigioni”, dialogando con gli intervistatori Matteo Cavezzali e Stefano Bon. Molti fan presenti all’appuntamento che hanno atteso Stuart arrivato con un ‘classico’ ritardo da star.

Quando finalmente Stuart fa il suo ingresso nella sala del Palacongressi “anticipato” dalla giovane moglie, l’attrice Ilaria Spada (in attesa del secondo figlio) che si accomoda in prima fila, l’impazienza si scioglie in un applauso caloroso.

L’attore, regista nonché scrittore, sorride avvolgendo la platea con il suo sguardo celeste: “Stoici” dice rivolgendosi ai presenti.

È il suo modo di ringraziare il pubblico che nonostante la prima, attesissima giornata di sole dopo settimane di pioggia ha deciso di rimanere in città per venirlo ad ascoltare.

Da qui inizia l’incontro con Kim Rossi Stuart che si rivela molto simpatico, spiritoso, alla mano. Un incontro che vivrà alcuni momenti divertenti al punto da indurre il “bello e dannato” del cinema italiano a fare una proposta ai due intervistatori Matteo Cavezzali e Stefano Bon: “Che ne dite? Potremmo fare altre date?”.

Ma andiamo con ordine.
Come nasce l’idea del libro? Domanda Cavezzali.

“L’idea – racconta l’attore- è nata molto semplicemente”, anche se non immediatamente.

Alla proposta di pubblicare qualcosa di Elisabetta Sgarbi della casa editrice La Nave di Teseo Kim Rossi Stuart infatti risponde che lui fa già un altro mestiere.

“Poi – prosegue – mettendo a posto la scrivania, facendo ordine fra alcuni soggetti, alcuni pensieri mi sono accorto che il materiale c’era già e l’ho richiamata. Io avevo già scritto le sceneggiature dei miei due film. ho scritto anche sceneggiature su commissione, per Michele Placido in occasione del film su Vallanzasca. Ho sempre provato a scrivere fin da ragazzino ma pensando ad una trasposizione cinematografica. La libertà della scrittura in questa forma qui è liberatoria per me. Forse perché, probabilmente, sono un attore poco attore come indole. Anche da attore la parte che mi piace di più è il lavoro a tavolino, di preparazione di un personaggio”.

La seconda domanda spetta a Bon che chiede da dove deriva l’ispirazione dei cinque racconti del libro, “che sono uno diverso dall’altro”.

“Sì- conviene Kim Rossi Stuart – i cinque racconti sono diversi tra loro stilisticamente, appartengono a generi differenti, ma questo era un po’ il mio obiettivo. C’è il thriller, il racconto di formazione, c’è il racconto distopico, psicanalitico e a sfondo religioso. I racconti hanno preso forma un po’ da sé. Nel primo racconto, che è un racconto di formazione, i protagonisti sono un padre e un figlio. Al centro c’ è l’educazione molto rude che questo padre infligge al ragazzino. I racconti pur diversi fra loro sembrerebbero avere un fil rouge che li unisce: i vari personaggi dei singoli racconti, bene o male potrebbero ricondursi ad un unico personaggio. Cronologicamente parlando, i racconti sono arrivati un po’ così, poi si sono ricomposti nella pubblicazione. In realtà il primo racconto che ho scritto è l’ultimo nell’edizione, che è appunto questo racconto distopico ambientato nel 2070”.

La parola torna a Cavezzali: “Hai deciso di intitolare questo libro Le guarigioni perché la guarigione, appunto, è uno dei temi che attraversano un po’ tutti gli argomenti che uniscono questa eterogeneità di ispirazione. Ognuno ha il suo modo di affrontare questo tema, che è un po’ anche un tema esistenziale. Questo libro appare come un’opera molto matura in cui un uomo giunto ad una certa età si mette a riflettere sul sentimento della vita”.

“Quando mi hanno chiesto che titolo dare a questo libro – risponde Kim Rossi Stuart – mi sono accorto che Le guarigioni era un titolo che racchiudeva il senso comune a tutti i racconti dove c’è sempre qualcuno che vuole guarire da qualcosa o guarire qualcun altro. Addirittura nell’ultimo racconto c’è un giovane prete che vuole guarire l’umanità intera da una strana pandemia. Un’altra cosa di cui mi sono reso conto a posteriori sono i temi della colpa e del perfezionismo. Mi sono reso conto di quanto tutti questi personaggi ne siano intrisi. Colpa e perfezionismo sono legate tra di loro. Sto leggendo adesso La valle dell’Eden di John Steinbeck: un libro pazzesco, incredibile. Steinbeck mette al centro del suo racconto la storia di Caino e Abele, l’archetipo della colpa che ciascuno di noi si porta dentro. Penso che tutti noi viviamo molto di colpa, di espiazione, del tentativo di sfuggire, di guarire in qualche modo da questo con un perfezionismo che ci rende la vita assurda”.

Stefano Bon: “Un’altra cosa presente nel libro sono i racconti familiari. I padri sono presenti e molto attivi. Le madri sono molto distanti”. Kim Rossi Stuart appare divertito. “Non me ne sono accorto – dice – ma mi interessa. Fammi capire”. Comincia ad elencare: “Nel primo racconto la madre è morta, e quindi è per forza distante. Nel secondo racconto c’è solo una madre, il padre non c’e”.

“E nel terzo?”, ribatte Bon. “Nel terzo – risponde pronto l’autore – non c’è ne madre, né padre. È il racconto dell’atavico terrore che molti maschi hanno nei confronti del femminile fagocitante. È la storia di una coppia che, bene o male si mette insieme per diventare. Quindi Bon – conclude divertito Kim Rossi Stuart – ti devo ufficialmente smentire”.

La parola ritorna a Cavezzali: “Comunque il rapporto fra padre e figlio che appare sopratutto nel primo racconto ma che poi ritorna è un tema sul quale ti sei arrovellato molto. Un tema che ti è tornato alla mente nel tuo subconscio, visto che stai per diventare padre ancora una volta ”.

Seconda smentita della serata. “No, no – si affretta a precisare l’attore-scrittore – quando ho finito di scrivere il romanzo mia moglie non era neppure incinta”. “Stiamo facendo un figurone”, si lascia sfuggire Bon, fra le risate del pubblico. Kim Rossi Stuart riprende il filo del discorso: “Scherzi a parte, anche il mio primo film era incentrato molto sul rapporto padre e figlio. Ma al contrario di Gabriele Muccino con il quale dalla prossima settimana comincerò a girare un film, che rivendica di voler fare i film sulle situazioni familiari, io non la penso così, per quanto questa tematica sia importante”.

“Tu comunque avevi un padre che faceva l’attore – ricorda Cavezzali – è hai esordito giovanissimo, avevi appena cinque anni se non ricordo male”. “Mio padre – è la risposta – ha fatto l’attore fino a quando io avevo 7, 8 anni, poi ha smesso. La prima volta che sono finito davanti ad una macchina da presa avevo 4,5 anni. Mi hanno messo in braccio a Catherine Deneuve perché mio padre stava girando un film di Bolognini e avevano bisogno di un bambino. Il fatto che ad un certo punto della mia vita io abbia cominciato a fare questo mestiere è stato del tutto casuale: facevo l’autostop e un aiuto regista mi diede un passaggio. Mio padre aveva già smesso da alcuni anni: sono gli strani casi del destino”.

Bon insiste: “Nell’ultimo racconto del libro si parla di un padre che faceva vedere dei film al figlio” adombrando che in questo passo ci sia chiaro un riferimento autobiografico. “Tu mi superi, fai dei collegamenti che ancora io non ho fatto” ironizza Kim Rossi Stuart che aggiunge scherzosamente solenne: “Comunque ammetto di avere visto dei film con mio padre”.

Il “siparietto” offre l’occasione per parlare più diffusamente di “Alla fine del male (l’ultimo diavolo)”, ovvero dell’ultimo racconto contenuto ne “Le guarigioni”. “Un racconto spiazzante”, lo definisce Cavezzali.

“Siamo in un futuro apocalittico- riassume l’autore – in cui l’umanità è dimezzata, vive in una condizione di abbrutimento totale, la gioia è il sorriso non esistono praticamente più: tutto è molto cupo e triste. Finché ad un certo punto si diffonde questo virus che rende le persone buone in maniera totalizzante, ipertrofica, diventando una pandemia che colpisce tutti dai capi di Stato alle persone più semplici. Pian piano scompaiono tutte le tecnologie inquinanti, anche il telefonini. L’unico immune dal virus è un giovane prete. Il religioso vive in questa solitudine in cui è precipitato tutta una serie di riflessioni e di pensieri. Nella sua solitudine dialoga con Dio e si persuade del fatto che Dio lo abbia lasciato immune per affidargli una missione: instillare nuovamente nell’essere umano quella dose di male necessaria affinché l’essere umano torni ad essere l’essere umano che noi conosciamo. Soltanto che sulla scorta di questa esperienza lui si augura che l’essere umano nuovo sia in grado di discernere meglio cos’è il bene e cos’è il male riuscendo a governarlo. Per resuscitare quei sentimenti negativi il giovane prete – Kim Rossi Stuart continua il suo racconto – è costretto ad essere violento. Sequestra una famiglia e comincia a torturarla, soffrendo terribilmente: da qui sarà una escalation”.

Cavezzali indugia ancora sull’ultimo racconto e ricorda che in questa situazione apocalittica fra le cose che scompaiono “ci sono le tecnologie di cui oggi siamo schiavi. Visto che tu ti sei tenuto lontano dal parapiglia dei social network e nel mondo ideale le tecnologie non esistono, volevo chiederti se le fan erano più moleste quando ti chiedevano gli autografi o i selfie”.

“Va beh, – ammette l’autore – i telefonini hanno segnato un cambiamento mostruoso per chi è un personaggio pubblico. Sei sotto un tiro incrociato: chiunque ha un telefonino può chiederti di fare una foto. Un conto è fare un autografo, un conto è stare lì tre quarti d’ora per una foto”.

Bon legge l’incipit de Il maniaco inesistente, il secondo racconto del libro da cui è tratto il film “Tommaso”:

“Devo tutto il mio successo professionale ad una vita sentimentale fallimentare. Appaio come un uomo affascinante ma sono ridicolo e inconsapevole di gran parte delle mie forti nevrosi”. “ È una specie di nemesi?”, chiede all’autore. “È un racconto” risponde lui.

“Quanto c’è di tuo ne Le guarigioni?: Bon non molla sugli elementi autobiografici del libro.

“Dipende. L’ultimo racconto si svolge nel 2070 faccio fatica a rintracciare qualcosa di mio. Nel primo, invece, – conviene – ritrovo molte cose che ho vissuto direttamente. La storia del rapporto fra padre e figlio si svolge in un maneggio della campagna laziale. Io ho vissuto con la mia famiglia in un ranch quando avevo dieci anni, mi sono divertito quindi ad ambientarlo in una situazione che conoscevo. È chiaro che il, secondo racconto che è il soggetto da cui ho tratto Tommaso, gioca molto sulla sensazione della totale messa a nudo dell’autore. Addirittura nel film al protagonista gli ho fatto fare l’attore. Perché l’ho fatto? Perché mi è parso particolarmente interessante in parte realmente, in parte dando l’illusione che così fosse, mettersi a nudo. Quando mi chiedevano di che genere fosse il film Tommaso io rispondevo autoreferenziale. Nel cinema mi vengono in mente Woody Allen, Cassavettes, Fellini. Fellini con Otto e mezzo è forse quello che si è messo di più sulla graticola, tirando fuori delle cose anche abbastanza scomode. Questo è un genere che si può fare in due modi: uno in maniera un po’ autocelebrativa. Ma a me a me quello che interessava era l’altro modo: condividere anche le miserie. Perché mi sembra che alla base di tante sventure, di tanti conflitti e tante sofferenze degli esseri umani ci sia sempre l’idea di dover presentare il meglio. Invece c’è una parabola evangelica, le nozze di Cana che dice, se non sbaglio, il vino buono alla fine. Come a dire: se abbiamo la forza di passare attraverso la sofferenza probabilmente alla fine avremo il vino buono. Alla domanda: quanto è autobiografico questo racconto ti rispondo: fifty fifty, Sixty fourty, qualcosa del genere. È chiaro che il racconto decide lui dove andare: questa è un’altra cosa molto bella di cui ho fatto esperienza. Talvolta ho la sensazione che le cose si siano già scritte da sé, tu devi semplicemente spingere il bottoncino sulla tastiera”.

Cavezzali: “ In questi racconti emerge anche una tua visione su certi temi, è un modo di esporsi molto di più di quanto avviene nel cinema. Ti volevo chiedere del rapporto fra il privato e il pubblico. Anche perché una cosa che mi ha colpito molto è quando ti ho chiesto prima se ti andava di leggere durante questo incontro alcuni brani del libro, mi ha risposto di no, perché leggere in pubblico ti mette in imbarazzo”.

“Sono un bambino traumatizzato – confessa Kim Rossi Stuart -. Mi è rimasta questa cosa di quando ero alle scuole medie e mi chiedevano di leggere ad alta voce. Ad un certo punto succedeva che, piano piano, la voce andava via e tutti mi prendevano in giro”.

“È bellissimo, è stata una vendetta”, controbatte Cavezzali. “Il mestiere che faccio – replica l’attore – è stata una specie di vendetta su me stesso. Come dicevo prima, fare l’attore non è proprio la mia indole”.

Bon: “Adesso ti conosciamo anche come scrittore, vogliamo sapere qualcosa di te come lettore. Che cosa ti piace leggere?”. Kim Rossi Stuart assicura di avere letto meno di tutti i presenti in sala ma che comunque adesso sta recuperando.

“Nella vita ho tanto lavorato, per tantissimi anni ho letto soltanto in funzione del mio lavoro. Adesso comincio a potermi concedere un po’ più di letture per il gusto e per il piacere di leggere. Detto ciò, cercando di fare una carrellata negli anni, mi viene in mente Pasolini, che ho letto da ragazzino. Ragazzi di vita, Una vita violenta: Pasolini mi folgorò completamente. Poi Hesse, Kundera attorno a vent’anni. Cito sempre Mordecai Richler . ‘La versione di Barney’, un libro che mi ha segnato. Poi Dostoevskij attorno ai 27 anni soprattutto con L’Idiota. Adesso come dicevo sto leggendo La valle dell’Eden. Steinbeck fa un lavoro incredibile, passa attraverso un secolo di storia parlando di diverse famiglie mettendoci dentro l’antico testamento. In più si mette anche lui, mette in scena con grande libertà i suoi famigliari. Alterna cose molto avvincenti, personaggi interessantissimi a situazioni filosofiche teologiche molto corpose”.

Ed ancora: “Diciamo che sei dotato di un grandissimo talento d’attore e di una bellezza fuori dall’ordinario- sottolinea Cavezzali – Due cose che hanno vantaggi e svantaggi. Ci sono stati momenti in cui il tuo talento e la tua bellezza sono stati un problema per la tua vita?”.

Kim Rossi Stuart si finge disperato: “Questa è una domanda impossibile, qualunque sia la mia risposta sono fregato. Io sono stato un adolescente molto complessato è ancora oggi quando mi guardo allo specchio mi dico: mannaggia quanto sei strano. Per il talento ti ringrazio. Io ho faticato molto per riuscire a fare il mestiere d’attore in un modo sempre più accettabile. Per fare alcuni personaggi mi sono talmente fatto totalizzare dal lavoro che non so più nemmeno se è talento, forse si chiama scissione, schizofrenia, maniacalità- Sul mio aspetto fisico quando mi fanno questa domanda che è abbastanza canonica, racconto che quando avevo intorno ai 18 anni avevo alcune difficoltà perché dai registi con cui mi sarebbe piaciuto lavorare spesso mi sono sentito dire sei troppo bello: un disastro. L’Italia non è il paese dei belli in senso canonico. Non siamo l’America dove grandissimi attori celebrati che hanno segnato la storia del cinema americano come Paul Newman, Marlon Brando, Cary Grant, chi più ne ha più ne metta. Tutti attori belli, belli. In Italia abbiamo avuto Tognazzi, Sordi, Volontè. Mastroianni non era un bello canonico. Gasmann stesso che era un uomo bellissimo i successi veri li ha avuti quando faceva le caratterizzazioni. Adesso con la globalizzazione sembra che sta un po’ cambiando. Però fino a pochissimi anni fa era più complicato”.

Stefano Bon torna sulle citazioni cinematografiche presenti nel libro: Bergman e soprattutto “Birdy” di Alan Parker.

“Vuoi sapere perché? Birdy è un film che mi è piaciuto moltissimo. Ha un intreccio narrativo bellissimo e poi il personaggio del protagonista ha una poesia pazzesca. Questo ragazzo che ama tanto i pennuti che alla fine viene mandato in Vietnam e fa credere di essere impazzito”.

Infine l’ultima domanda prima di passare a quelle del pubblico. Cavezzali: “Uno dei racconti è già un film e gli altri?”.

Kim Rossi Stuart non si sbottona: “Sto lavorando in questi mesi al mio ultimo film che è tratto da uno dei restanti quattro”.